Note di Emma Bonino
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Il Manifesto - 12 febbraio 2009
di Eleonora Martini
Mentre il Pdl scatena l'ambaradam mediatico imboccando la via della «prevaricazione tra individui imposta per forza di legge», il Pd che fa? «Sceglie di non scegliere» e si perde nell'«orientamento prevalente». Emma Bonino, leader radicale e vicepresidente del Senato riflette su quanto accaduto e muove una critica molto dura anche al suo partito.
La mozione del Pdi approvata in Senato sembrerebbe chiudere Il dibattito, peraltro già viziato, sulla prossima legge sul testamento biologico. È così o i margini di manovra per fare una buona legge ci sono ancora?
La mozione del Pdl è un pessimo viatico per una legge per il testamento biologico mentre è utile per una legge contro. In questo sono d'accordo con il Professor Veronesi: meglio nessuna legge che una "cattiva" legge, vale a dire una legge che è anticostituzionale perché toglie la libertà di scelta alle persone.
Anche la mozione dei Pd, come quella maggioranza, partiva da un assunto che per molti scienziati è un falso ideologico e cioè che la nutrizione e l'idratazione artificiali non siano terapie mediche. Il Pd Inoltre aveva anche deciso di non fare ostruzionismo per evitare, dicono, la "contrapposizione frontale" tra le due opposte posizioni. Perché il Pd ha scelto di schiacciarsi sulla linea dei cattolici oltranzisti e perché la voce dei radicali non trova orecchie dentro il partito?
Penso che un partito politico deve assumere delle posizioni chiare per rispetto, tra l'altro, dei propri elettori, ovviamente consentendo sempre il dissenso che impropriamente viene denominato la libertà di coscienza, come se la coscienza ce l'avesse solo chi dissente. Il problema è che il Pd ha scelto di non scegliere fino all'ultimo, demandando ai gruppi parlamentari di individuare 1`«orientamento prevalente». Che questo approccio fosse poco lungimirante abbiamo cercato di dirlo da mesi, chiedendo non solo che si votasse all'interno del gruppo, ma che se ne facesse una grande campagna nel Paese, magari convocando un Circo Massimo per la libertà e la laicità. Invece, il Pd si è trovato impreparato e frastornato dall'iniziativa dirompente di Berlusconi. Eppure, viste le iniziative dei gruppi parlamentari Pdl sin da luglio ricordate quando vollero che Camera e Senato sollevassero un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato? -, poi quelle del ministro Sacconi e di Eugenia Roccella, poi le dichiarazioni sempre più invadenti e pressanti delle gerarchie ecclesiastiche e infine una discesa in campo di Berlusconi con l'ambaradam mediatico che ne è conseguito: tutto ampiamente prevedibile. Perché non ci hanno ascoltati? Buona domanda da rivolgere a Veltroni.
Nelle prime formulazioni dei ddl sul testamento biologico Il Pdl era stato meno schiacciato sulle posizioni Vaticane. Nelle ultime settimane tutto è cambiato, perché?
Infatti la "proposta Tommasini" era diversa, e molto. Da tempo alcuni preparavano il terreno, ma tutto è davvero cambiato quando è intervenuto Berlusconi che però della faccenda non si è mai occupato sul serio. Non sono brava nelle dietrologie, anche se dubito che il Presidente del Consiglio sia dettato da profondissima convinzione. C'è chi parla dell'uso del corpo di Eluana per ridisegnare un nuovo equilibrio dei poteri nel nostro paese. Inoltre se fosse passato il ddl avrebbe dimostrato che poteva fare approvare qualsiasi legge in quattro giorni.
I radicali pongono giustamente il problema di disciplinare l'eutanasia, ma come se non fossero in Italia e in questo contesto politico. E qualcuno, da sinistra, critica anche l'eccessivo accento che voi onete sulla libertà individuale dei cittadini senza invece soffermarsi di più sul vincoli di relazione tra individui e su quelli terapeutici. Cosa risponde a queste critiche.
Che sono campate in aria. Se io decido di non volere il sondino naso-gastrico, in che cosa porrei l'accento eccessivo sulla libertà individuale? Mentre mi sembra che dire «tu non potrai mai togliertelo» sia una prevaricazione insopportabile tra individui, appunto. Una prevaricazione, poi, imposta per forza di legge, il che inevitabilmente introduce elementi di uno Stato etico e non laico. Quanto all'eutanasia, ci è capitato spesso di sostenere e promuovere diritti civili in grande sintonia con l'opinione pubblica, ma quasi sempre considerati dalla classe politica «fuori tempo o contesto». Capitò lo stesso per il divorzio e la lotta contro l'aborto clandestino...
Fecondazione artificiale, ricerca sulle staminali, e ora l'attacco alle libertà di cura e terapia. La destra si muove sempre più nell'ambito della biopolitica e ormai si fa sempre più possibile un nuovo, e stavolta vincente, attacco alla legge sull'aborto. Lei cosa ne pensa?
Penso che se con i radicali non si ricrea d'urgenza nel paese una grande determinazione e mobilitazione "laica", ma tutto si lascia alle schermaglie parlamentari, beh, i numeri avranno la
meglio, ovviamente. Appunto come accaduto per la legge 40 e come rischia di accadere per il testamento biologico...
Come ha vissuto dal Senato l'attacco di Silvio Berlusconi al Capo dello Stato e il brutto spettacolo che l'Aula ha offerto all'Italia la sera in cui è morta Eluana Englaro? Pensa che la crisi istituzionale sia superata o siamo solo all'inizio?
Beh, sentire in Aula, nell'ambito delle dichiarazioni di voto, la frase finale pronunciata dal vicepresidente dei senatori Pdl Quagliarello, è stata una cosa da non credersi, da rimanere gelati. Per fortuna Anna Finocchiaro ha avuto la capacità di interpretare lo sdegno un pò di tutti. Poi, quando si è riconvocata l'assemblea, dopo l'interruzione, l'imbarazzo mi sembrava palpabile anche a destra. E stato il tentativo di creare un precedente in base al quale l'esecutivo può fare a meno dei pesi e contrappesi previsti dallo Stato di diritto scavalcando altri poteri autonomi dello Stato. Un colpo ulteriore ad un sistema italiano lontano dallo stato di diritto, compiutamente partitocratrico da tempo, troppo tempo.
Sabato prossimo lei sarà presente al convegno organizzato dai radicali per riflettere su questi ultimi giorni e sul testamento biologico. Quale lezione bisogna trarre dalle ultime vicende?
In questi anni - mi riferisco anche ai casi di Luca Coscioni, Piergiorgio Welby e Giovanni Nuvoli - siamo stati investiti da una manipolazione politicamediatica incredibile dove, appunto, la politica manipola i media e viceversa. Parlo di mistificazioni estreme, da Berlusconi quando dice che Eluana avrebbe potuto partorire, a quelle più sottotraccia, con falsi scoop, falsi miracoli, falsi pentiti a reti unificate. Ma, in previsione dei dibattiti e del voto alla Camera e al Senato, credo fondamentale che si capisca chiaramente una cosa: che l'informazione lottizzata e manipolata è una peste per ogni paese democratico; che l'opinione libera dei cittadini si forma con il contraddittorio, e la si affossa con il "lavaggio del cervello" a senso unico del monopartito Raiset. Per questo con esperti della comunicazione, scienziati, medici, cercheremo di analizzare «verità e menzogne, sotto il dominio violento della partitocrazia».
http://www.emmabonino.it/n ews/7262
di Eleonora Martini
Mentre il Pdl scatena l'ambaradam mediatico imboccando la via della «prevaricazione tra individui imposta per forza di legge», il Pd che fa? «Sceglie di non scegliere» e si perde nell'«orientamento prevalente». Emma Bonino, leader radicale e vicepresidente del Senato riflette su quanto accaduto e muove una critica molto dura anche al suo partito.
La mozione del Pdi approvata in Senato sembrerebbe chiudere Il dibattito, peraltro già viziato, sulla prossima legge sul testamento biologico. È così o i margini di manovra per fare una buona legge ci sono ancora?
La mozione del Pdl è un pessimo viatico per una legge per il testamento biologico mentre è utile per una legge contro. In questo sono d'accordo con il Professor Veronesi: meglio nessuna legge che una "cattiva" legge, vale a dire una legge che è anticostituzionale perché toglie la libertà di scelta alle persone.
Anche la mozione dei Pd, come quella maggioranza, partiva da un assunto che per molti scienziati è un falso ideologico e cioè che la nutrizione e l'idratazione artificiali non siano terapie mediche. Il Pd Inoltre aveva anche deciso di non fare ostruzionismo per evitare, dicono, la "contrapposizione frontale" tra le due opposte posizioni. Perché il Pd ha scelto di schiacciarsi sulla linea dei cattolici oltranzisti e perché la voce dei radicali non trova orecchie dentro il partito?
Penso che un partito politico deve assumere delle posizioni chiare per rispetto, tra l'altro, dei propri elettori, ovviamente consentendo sempre il dissenso che impropriamente viene denominato la libertà di coscienza, come se la coscienza ce l'avesse solo chi dissente. Il problema è che il Pd ha scelto di non scegliere fino all'ultimo, demandando ai gruppi parlamentari di individuare 1`«orientamento prevalente». Che questo approccio fosse poco lungimirante abbiamo cercato di dirlo da mesi, chiedendo non solo che si votasse all'interno del gruppo, ma che se ne facesse una grande campagna nel Paese, magari convocando un Circo Massimo per la libertà e la laicità. Invece, il Pd si è trovato impreparato e frastornato dall'iniziativa dirompente di Berlusconi. Eppure, viste le iniziative dei gruppi parlamentari Pdl sin da luglio ricordate quando vollero che Camera e Senato sollevassero un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato? -, poi quelle del ministro Sacconi e di Eugenia Roccella, poi le dichiarazioni sempre più invadenti e pressanti delle gerarchie ecclesiastiche e infine una discesa in campo di Berlusconi con l'ambaradam mediatico che ne è conseguito: tutto ampiamente prevedibile. Perché non ci hanno ascoltati? Buona domanda da rivolgere a Veltroni.
Nelle prime formulazioni dei ddl sul testamento biologico Il Pdl era stato meno schiacciato sulle posizioni Vaticane. Nelle ultime settimane tutto è cambiato, perché?
Infatti la "proposta Tommasini" era diversa, e molto. Da tempo alcuni preparavano il terreno, ma tutto è davvero cambiato quando è intervenuto Berlusconi che però della faccenda non si è mai occupato sul serio. Non sono brava nelle dietrologie, anche se dubito che il Presidente del Consiglio sia dettato da profondissima convinzione. C'è chi parla dell'uso del corpo di Eluana per ridisegnare un nuovo equilibrio dei poteri nel nostro paese. Inoltre se fosse passato il ddl avrebbe dimostrato che poteva fare approvare qualsiasi legge in quattro giorni.
I radicali pongono giustamente il problema di disciplinare l'eutanasia, ma come se non fossero in Italia e in questo contesto politico. E qualcuno, da sinistra, critica anche l'eccessivo accento che voi onete sulla libertà individuale dei cittadini senza invece soffermarsi di più sul vincoli di relazione tra individui e su quelli terapeutici. Cosa risponde a queste critiche.
Che sono campate in aria. Se io decido di non volere il sondino naso-gastrico, in che cosa porrei l'accento eccessivo sulla libertà individuale? Mentre mi sembra che dire «tu non potrai mai togliertelo» sia una prevaricazione insopportabile tra individui, appunto. Una prevaricazione, poi, imposta per forza di legge, il che inevitabilmente introduce elementi di uno Stato etico e non laico. Quanto all'eutanasia, ci è capitato spesso di sostenere e promuovere diritti civili in grande sintonia con l'opinione pubblica, ma quasi sempre considerati dalla classe politica «fuori tempo o contesto». Capitò lo stesso per il divorzio e la lotta contro l'aborto clandestino...
Fecondazione artificiale, ricerca sulle staminali, e ora l'attacco alle libertà di cura e terapia. La destra si muove sempre più nell'ambito della biopolitica e ormai si fa sempre più possibile un nuovo, e stavolta vincente, attacco alla legge sull'aborto. Lei cosa ne pensa?
Penso che se con i radicali non si ricrea d'urgenza nel paese una grande determinazione e mobilitazione "laica", ma tutto si lascia alle schermaglie parlamentari, beh, i numeri avranno la
meglio, ovviamente. Appunto come accaduto per la legge 40 e come rischia di accadere per il testamento biologico...
Come ha vissuto dal Senato l'attacco di Silvio Berlusconi al Capo dello Stato e il brutto spettacolo che l'Aula ha offerto all'Italia la sera in cui è morta Eluana Englaro? Pensa che la crisi istituzionale sia superata o siamo solo all'inizio?
Beh, sentire in Aula, nell'ambito delle dichiarazioni di voto, la frase finale pronunciata dal vicepresidente dei senatori Pdl Quagliarello, è stata una cosa da non credersi, da rimanere gelati. Per fortuna Anna Finocchiaro ha avuto la capacità di interpretare lo sdegno un pò di tutti. Poi, quando si è riconvocata l'assemblea, dopo l'interruzione, l'imbarazzo mi sembrava palpabile anche a destra. E stato il tentativo di creare un precedente in base al quale l'esecutivo può fare a meno dei pesi e contrappesi previsti dallo Stato di diritto scavalcando altri poteri autonomi dello Stato. Un colpo ulteriore ad un sistema italiano lontano dallo stato di diritto, compiutamente partitocratrico da tempo, troppo tempo.
Sabato prossimo lei sarà presente al convegno organizzato dai radicali per riflettere su questi ultimi giorni e sul testamento biologico. Quale lezione bisogna trarre dalle ultime vicende?
In questi anni - mi riferisco anche ai casi di Luca Coscioni, Piergiorgio Welby e Giovanni Nuvoli - siamo stati investiti da una manipolazione politicamediatica incredibile dove, appunto, la politica manipola i media e viceversa. Parlo di mistificazioni estreme, da Berlusconi quando dice che Eluana avrebbe potuto partorire, a quelle più sottotraccia, con falsi scoop, falsi miracoli, falsi pentiti a reti unificate. Ma, in previsione dei dibattiti e del voto alla Camera e al Senato, credo fondamentale che si capisca chiaramente una cosa: che l'informazione lottizzata e manipolata è una peste per ogni paese democratico; che l'opinione libera dei cittadini si forma con il contraddittorio, e la si affossa con il "lavaggio del cervello" a senso unico del monopartito Raiset. Per questo con esperti della comunicazione, scienziati, medici, cercheremo di analizzare «verità e menzogne, sotto il dominio violento della partitocrazia».
http://www.emmabonino.it/n
The Financial Times - 12 febbraio 2009
di Giuliano Amato e Emma Bonino*
Dalla fine della seconda Guerra mondiale sino a oggi, l’Europa ha goduto di pace e di prosperità come non mai. Pochi possono contestare il fatto che la Comunità Europea abbia giocato un ruolo chiave. Il suo elemento centrale è il mercato comune, che garantisce libertà di movimento sul continente alle persone, ai capitali, ai beni e ai servizi.
Le economie dei stati membri sono adesso cosi inter-connesse da formare un forte mercato interno. Questo è ciò che tiene insieme le diverse visioni dell’Europa. E' stata la forza trainante che ha spazzato via frontiere e controlli, e ha indotto 16 stati a lasciar cadere le loro monete nazionali per adottare l’euro. Ha inoltre sospinto la crescita economica, e attraverso l’allargamento ha rafforzato e stabilizzato la democrazia in Europa.
È per questa semplice ragione che ogni minaccia al mercato interno deve essere interpretata come una minaccia alla prosperità dell’Europa. Guardando il modo in cui alcuni stati membri stanno reagendo all’attuale crisi finanziaria siamo convinti che il pericolo per il mercato interno è reale.
Certamente la crisi è cosi vasta da richiedere varie misure di pubblico intervento. Gli strumenti politici sono nelle mani dei governi degli stati membri. Ma se le decisioni sono prese in maniera scoordinata con lo sguardo rivolto esclusivamente allo stretto interesse nazionale, queste misure rischiano di entrare in collisione con le regole della concorrenza che presidiano il mercato interno.
Il trattato contempla alcune eccezioni a questa regola, ma chi è il giudice? Non gli stati membri, ma il loro arbitro, la Commissione Europea.
Qui interviene il fattore tempo. L’economia rischia di precipitare nella depressione. Non c’e tempo, dicono alcuni, perché la "burocrazia" di Bruxelles esamini se certi aiuti di stato “distorcono o minacciano di distorcere la concorrenza”. Questa insistenza sull’urgenza è comprensibile. Tuttavia, se misure che generano distorsione entrano in vigore, esse devono essere annullate dalla Commissione oppure rischiano di essere reciprocate da altri stati membri, lasciando alla fine nessuno in condizioni migliori, ognuno in condizioni peggiori, e il mercato interno a pezzi.
I due settori in Europa che hanno beneficiato di massicci aiuti di stato sono il settore bancario e quello automobilistico. La Commissione Europea ha cercato di accelerare il suo processo di revisione, ma i governi hanno preso l’abitudine di annunciare pubblicamente nuove misure quasi quotidianamente. Alcune di queste misure sono di dubbia compatibilità con le regole della concorrenza anche ad un occhio non allenato. Il fatto di accompagnarle con minacce a Bruxelles perché dia il suo consenso si avvicina, in ogni caso, ad una politica del fatto compiuto.
E' tempo di cambiare approccio. Una procedura che funziona in tempi normali, quando le richieste di aiuti di stato sono infrequenti, non può funzionare nelle attuali circostanze. Il Consiglio Europeo dovrebbe riunirsi urgentemente e dichiarare che le banche europee e i produttori di automobili sono in uno “stato di crisi”. Dovrebbero essere create due task forces composte da rappresentanti nazionali nominati dai governi per i due settori, entrambe presiedute dalla Commissione Europea, per coordinare gli aiuti statali, assicurandosi nel contempo che le misure nazionali si rinforzino mutualmente per il maggior beneficio dei settori interessati senza compromettere le regole della concorrenza.
Questo scambio di informazioni può evitare che i governi prendano decisioni che possono apparire sagge ma poi si rivelano disastrose. Questo da anche all’arbitro della concorrenza, la Commissione Europea, un ruolo ex ante, dato che quello attuale ex post è palesemente inadeguato.
I settori bancario e automobilistico stanno attraversando una crisi strutturale che richiede sforzi di ristrutturazione più ambiziosi. C’è un precedente storico per un intero settore industriale sottoposto a un processo di ristrutturazione su scala europea: il settore dell’acciaio negli anni settanta e ottanta, quando la Commissione Europea guidò questo processo grazie ai poteri derivanti dal Trattato costitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio.
Ma le similitudini, per quanto incoraggianti, finiscono qui. Il tempo di assegnare quote di produzione è passato. L’essenza della nostra proposta è il coordinamento. Quasi tutti gli stati membri dell’UE sono coinvolti nella produzione automobilistica. La Repubblica Ceca produce più automobili l'anno dell’Italia. Ma chi produce che cosa in Europa è irrilevante. La nostra prosperità è basata su un bene pubblico intangibile: l’insieme di regole che ha reso possibile il mercato interno. I governi europei non dovrebbero mai dimenticare che il loro superiore interesse nazionale è la difesa del mercato interno europeo.
*Giuliano Amato è ex Primo Ministro ed Emma Bonino ex-Commissario Europeo. Entrambi sono membri dell'European Council on Foreign Relations.
http://www.emmabonino.it/n ews/7265
di Giuliano Amato e Emma Bonino*
Dalla fine della seconda Guerra mondiale sino a oggi, l’Europa ha goduto di pace e di prosperità come non mai. Pochi possono contestare il fatto che la Comunità Europea abbia giocato un ruolo chiave. Il suo elemento centrale è il mercato comune, che garantisce libertà di movimento sul continente alle persone, ai capitali, ai beni e ai servizi.
Le economie dei stati membri sono adesso cosi inter-connesse da formare un forte mercato interno. Questo è ciò che tiene insieme le diverse visioni dell’Europa. E' stata la forza trainante che ha spazzato via frontiere e controlli, e ha indotto 16 stati a lasciar cadere le loro monete nazionali per adottare l’euro. Ha inoltre sospinto la crescita economica, e attraverso l’allargamento ha rafforzato e stabilizzato la democrazia in Europa.
È per questa semplice ragione che ogni minaccia al mercato interno deve essere interpretata come una minaccia alla prosperità dell’Europa. Guardando il modo in cui alcuni stati membri stanno reagendo all’attuale crisi finanziaria siamo convinti che il pericolo per il mercato interno è reale.
Certamente la crisi è cosi vasta da richiedere varie misure di pubblico intervento. Gli strumenti politici sono nelle mani dei governi degli stati membri. Ma se le decisioni sono prese in maniera scoordinata con lo sguardo rivolto esclusivamente allo stretto interesse nazionale, queste misure rischiano di entrare in collisione con le regole della concorrenza che presidiano il mercato interno.
Il trattato contempla alcune eccezioni a questa regola, ma chi è il giudice? Non gli stati membri, ma il loro arbitro, la Commissione Europea.
Qui interviene il fattore tempo. L’economia rischia di precipitare nella depressione. Non c’e tempo, dicono alcuni, perché la "burocrazia" di Bruxelles esamini se certi aiuti di stato “distorcono o minacciano di distorcere la concorrenza”. Questa insistenza sull’urgenza è comprensibile. Tuttavia, se misure che generano distorsione entrano in vigore, esse devono essere annullate dalla Commissione oppure rischiano di essere reciprocate da altri stati membri, lasciando alla fine nessuno in condizioni migliori, ognuno in condizioni peggiori, e il mercato interno a pezzi.
I due settori in Europa che hanno beneficiato di massicci aiuti di stato sono il settore bancario e quello automobilistico. La Commissione Europea ha cercato di accelerare il suo processo di revisione, ma i governi hanno preso l’abitudine di annunciare pubblicamente nuove misure quasi quotidianamente. Alcune di queste misure sono di dubbia compatibilità con le regole della concorrenza anche ad un occhio non allenato. Il fatto di accompagnarle con minacce a Bruxelles perché dia il suo consenso si avvicina, in ogni caso, ad una politica del fatto compiuto.
E' tempo di cambiare approccio. Una procedura che funziona in tempi normali, quando le richieste di aiuti di stato sono infrequenti, non può funzionare nelle attuali circostanze. Il Consiglio Europeo dovrebbe riunirsi urgentemente e dichiarare che le banche europee e i produttori di automobili sono in uno “stato di crisi”. Dovrebbero essere create due task forces composte da rappresentanti nazionali nominati dai governi per i due settori, entrambe presiedute dalla Commissione Europea, per coordinare gli aiuti statali, assicurandosi nel contempo che le misure nazionali si rinforzino mutualmente per il maggior beneficio dei settori interessati senza compromettere le regole della concorrenza.
Questo scambio di informazioni può evitare che i governi prendano decisioni che possono apparire sagge ma poi si rivelano disastrose. Questo da anche all’arbitro della concorrenza, la Commissione Europea, un ruolo ex ante, dato che quello attuale ex post è palesemente inadeguato.
I settori bancario e automobilistico stanno attraversando una crisi strutturale che richiede sforzi di ristrutturazione più ambiziosi. C’è un precedente storico per un intero settore industriale sottoposto a un processo di ristrutturazione su scala europea: il settore dell’acciaio negli anni settanta e ottanta, quando la Commissione Europea guidò questo processo grazie ai poteri derivanti dal Trattato costitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio.
Ma le similitudini, per quanto incoraggianti, finiscono qui. Il tempo di assegnare quote di produzione è passato. L’essenza della nostra proposta è il coordinamento. Quasi tutti gli stati membri dell’UE sono coinvolti nella produzione automobilistica. La Repubblica Ceca produce più automobili l'anno dell’Italia. Ma chi produce che cosa in Europa è irrilevante. La nostra prosperità è basata su un bene pubblico intangibile: l’insieme di regole che ha reso possibile il mercato interno. I governi europei non dovrebbero mai dimenticare che il loro superiore interesse nazionale è la difesa del mercato interno europeo.
*Giuliano Amato è ex Primo Ministro ed Emma Bonino ex-Commissario Europeo. Entrambi sono membri dell'European Council on Foreign Relations.
http://www.emmabonino.it/n
http://www.emmabonino.it/n ews/7185
di Emma Bonino
In Italia coesistono due fenomeni: un tesoro sommerso, le donne, e un tabù, le pensioni. La questione della differenza nell`età pensionabile tra uomo e donna si trova precisamente al crocevia di questi due fenomeni. Una differenza che trovo discriminatoria, insostenibile e nemica delle donne. Paradossalmente, la crisi economica mondiale e la particolare fragilità del sistema Italia può trasformarsi in un`occasione utile per affrontarla con senso di responsabilità.
La situazione occupazionale delle donne in Italia era già particolarmente grave prima ancora che la crisi economica si abbattesse su di noi. Ci sono cifre che ho perfino pudore a pronunciare tanto sono eloquenti. In Italia il 67% degli inattivi sono donne, un fatto che le colloca in una zona grigia, al confine tra attività e inattività. Secondo le statistiche, 3,5 milioni di donne inattive in Italia sarebbero propense ad intraprendere un`attività lavorativa qualora se ne presentasse l`occasione ma non possono, per mancanza di servizi e di domanda dalle imprese. L`accesso femminile al mercato del lavoro è del 46,7% (per gli uomini il 70,9%) con una chiara spaccatura Nord-Sud: al Nord è nella media europea, sul 60%, ma appena si scende al centro-Sud precipitiamo a cifre sotto il 30%. Scattata questa fotografia impietosa di un capitale inespresso, passo al tabù delle pensioni.
Abbiamo avuto tre riforme in dodici anni. Tre diversi governi italiani hanno provato ad indirizzare la spesa pensionistica su binari di sostenibilità per le finanze pubbliche. Prima la riforma Dini, con il passaggio al sistema contributivo, quindi la Maroni, con l`introduzione dello scalone, ed infine l`ultima versione con il Governo Prodi e gli scalini. C`è stata in effetti una certa schizofrenia in materia pensionistica, che fa sì che tale argomento sia sistematicamente derubricato per vari motivi: perché "in troppi ci hanno già messo le mani", perché si fa sempre scontento qualcuno, perché "i sindacati poi chi li sente". Insomma, meglio lasciare la patata bollente al prossimo Governo in arrivo.
Più le battaglie sono ostiche e anche apparentemente impopolari, più, forse per tradizione radicale, mi appassionano. Ma, allo stato in cui siamo, questa in particolare dovrebbe appassionare un po` tutti. Tanto più che oggi dobbiamo fare i conti con una condanna della Corte di Giustizia europea per la mancata equiparazione dell`età pensionabile tra uomini e donne nel pubblico impiego, con eventuale multa da capogiro. Il Governo italiano deve dare entro il 13 gennaio una risposta alla sentenza dicendo se e cosa intende fare. Finora il dibattito che si è acceso mi è sembrato troppo ideologico ed improntato al "politichese". E` forse utile contribuirvi con qualche dato che aiuti a comprendere perché le pensioni delle donne, l`occupazione femminile, la continuità della carriera lavorativa, l`equiparazione dell`età pensionabile, le reti di servizi di cura, debbano ritornare nell`agenda politica del Paese: l`importo medio mensile delle donne è pari al 52% di quello dei maschi per le pensioni di vecchiaia, del 70% per quelle di invalidità e sono invece superiori del 147% per quelle di reversibilità perché le donne vivono più a lungo. Negli ultimi 10 anni l`importo medio delle pensioni dei maschi è cresciuto del 41% mentre quello delle donne è cresciuto del 35%. Inoltre, i salari delle donne sono di un terzo inferiore a quello degli uomini a parità di mansione; e solo l`8% dei bambini ha accesso all`asilo nido rispetto ad una richiesta europea del 30% e ad una media effettiva che supera il 40%.
Di fronte a tutto questo come risponde lo Stato italiano? Con il risarcimento, che definirei "peloso", di mandare le donne a casa prima, con una pensione quindi più bassa, perché facciano da baby sitter ai figli dei loro figli. Come si fa a difendere uno status quo così palesemente dannoso? Bisogna invece cogliere l`occasione della sentenza della Corte europea per dire sì all`equiparazione dell`età pensionabile, perché diventi anche un sì all`equiparazione dei salari, delle carriere e all`inizio di una diversa politica di servizi di cura e di assistenza. Altrimenti tra un anno e mezzo avremo anche la beffa di una multa di milioni di euro che potremmo invece usare a soluzione parziale delle tante carenze. Questa proposta potrebbe andare in parallelo con la direttiva europea da recepire sulla parità di accesso al mercato del lavoro che sta nella prossima legge comunitaria in votazione a gennaio o febbraio al massimo. Se ne potrebbe fare occasione per una discussione più ampia con l`opinione pubblica anche perché talvolta ho l`impressione che abbiamo perso di vista, a destra come a sinistra, un concetto - eppure così "femminista"- dell`emancipazione economica della donna. Prima degli anni `70, le donne, pur partendo da una situazione ben più difficile di adesso, i mezzi se li sono presi. Forse è il caso che le donne tornino alla riscossa, possibilmente evitando il qualunquismo del "tutto da buttare" o l`altra malattia tipica del nostro dibattito politico quando si parla di donne, il "benaltrismo". Cioè la mania di rifiutare qualunque proposta di cambiamento perché "ci vuole ben altro", con la sola conseguenza della paralisi totale. Perché mi domando: chi può oggi considerare civile, paritario, giusto, sensato mantenere questa differenza, per noi e per le prossime generazioni?
di Emma Bonino
In Italia coesistono due fenomeni: un tesoro sommerso, le donne, e un tabù, le pensioni. La questione della differenza nell`età pensionabile tra uomo e donna si trova precisamente al crocevia di questi due fenomeni. Una differenza che trovo discriminatoria, insostenibile e nemica delle donne. Paradossalmente, la crisi economica mondiale e la particolare fragilità del sistema Italia può trasformarsi in un`occasione utile per affrontarla con senso di responsabilità.
La situazione occupazionale delle donne in Italia era già particolarmente grave prima ancora che la crisi economica si abbattesse su di noi. Ci sono cifre che ho perfino pudore a pronunciare tanto sono eloquenti. In Italia il 67% degli inattivi sono donne, un fatto che le colloca in una zona grigia, al confine tra attività e inattività. Secondo le statistiche, 3,5 milioni di donne inattive in Italia sarebbero propense ad intraprendere un`attività lavorativa qualora se ne presentasse l`occasione ma non possono, per mancanza di servizi e di domanda dalle imprese. L`accesso femminile al mercato del lavoro è del 46,7% (per gli uomini il 70,9%) con una chiara spaccatura Nord-Sud: al Nord è nella media europea, sul 60%, ma appena si scende al centro-Sud precipitiamo a cifre sotto il 30%. Scattata questa fotografia impietosa di un capitale inespresso, passo al tabù delle pensioni.
Abbiamo avuto tre riforme in dodici anni. Tre diversi governi italiani hanno provato ad indirizzare la spesa pensionistica su binari di sostenibilità per le finanze pubbliche. Prima la riforma Dini, con il passaggio al sistema contributivo, quindi la Maroni, con l`introduzione dello scalone, ed infine l`ultima versione con il Governo Prodi e gli scalini. C`è stata in effetti una certa schizofrenia in materia pensionistica, che fa sì che tale argomento sia sistematicamente derubricato per vari motivi: perché "in troppi ci hanno già messo le mani", perché si fa sempre scontento qualcuno, perché "i sindacati poi chi li sente". Insomma, meglio lasciare la patata bollente al prossimo Governo in arrivo.
Più le battaglie sono ostiche e anche apparentemente impopolari, più, forse per tradizione radicale, mi appassionano. Ma, allo stato in cui siamo, questa in particolare dovrebbe appassionare un po` tutti. Tanto più che oggi dobbiamo fare i conti con una condanna della Corte di Giustizia europea per la mancata equiparazione dell`età pensionabile tra uomini e donne nel pubblico impiego, con eventuale multa da capogiro. Il Governo italiano deve dare entro il 13 gennaio una risposta alla sentenza dicendo se e cosa intende fare. Finora il dibattito che si è acceso mi è sembrato troppo ideologico ed improntato al "politichese". E` forse utile contribuirvi con qualche dato che aiuti a comprendere perché le pensioni delle donne, l`occupazione femminile, la continuità della carriera lavorativa, l`equiparazione dell`età pensionabile, le reti di servizi di cura, debbano ritornare nell`agenda politica del Paese: l`importo medio mensile delle donne è pari al 52% di quello dei maschi per le pensioni di vecchiaia, del 70% per quelle di invalidità e sono invece superiori del 147% per quelle di reversibilità perché le donne vivono più a lungo. Negli ultimi 10 anni l`importo medio delle pensioni dei maschi è cresciuto del 41% mentre quello delle donne è cresciuto del 35%. Inoltre, i salari delle donne sono di un terzo inferiore a quello degli uomini a parità di mansione; e solo l`8% dei bambini ha accesso all`asilo nido rispetto ad una richiesta europea del 30% e ad una media effettiva che supera il 40%.
Di fronte a tutto questo come risponde lo Stato italiano? Con il risarcimento, che definirei "peloso", di mandare le donne a casa prima, con una pensione quindi più bassa, perché facciano da baby sitter ai figli dei loro figli. Come si fa a difendere uno status quo così palesemente dannoso? Bisogna invece cogliere l`occasione della sentenza della Corte europea per dire sì all`equiparazione dell`età pensionabile, perché diventi anche un sì all`equiparazione dei salari, delle carriere e all`inizio di una diversa politica di servizi di cura e di assistenza. Altrimenti tra un anno e mezzo avremo anche la beffa di una multa di milioni di euro che potremmo invece usare a soluzione parziale delle tante carenze. Questa proposta potrebbe andare in parallelo con la direttiva europea da recepire sulla parità di accesso al mercato del lavoro che sta nella prossima legge comunitaria in votazione a gennaio o febbraio al massimo. Se ne potrebbe fare occasione per una discussione più ampia con l`opinione pubblica anche perché talvolta ho l`impressione che abbiamo perso di vista, a destra come a sinistra, un concetto - eppure così "femminista"- dell`emancipazione economica della donna. Prima degli anni `70, le donne, pur partendo da una situazione ben più difficile di adesso, i mezzi se li sono presi. Forse è il caso che le donne tornino alla riscossa, possibilmente evitando il qualunquismo del "tutto da buttare" o l`altra malattia tipica del nostro dibattito politico quando si parla di donne, il "benaltrismo". Cioè la mania di rifiutare qualunque proposta di cambiamento perché "ci vuole ben altro", con la sola conseguenza della paralisi totale. Perché mi domando: chi può oggi considerare civile, paritario, giusto, sensato mantenere questa differenza, per noi e per le prossime generazioni?
http://www.emmabonino.it/n ews/7177
QN - 6 gennaio 2009
di Andrea Cangini
Presidente Bonino, al degenerare della crisi di Gaza la comunità internazionale risponde con i consueti appelli al “dialogo” e la solita formula dei “due popoli, due stati”. Il trionfo del politicamente corretto sembra nascondere un'oggettiva debolezza politica e strategica...
“Sì, mi sembra di assistere ad un terribile déjà vu, con un ritorno alle parole d'ordine del passato che non hanno funzionato allora e che non si vede perché dovrebbero funzionare ora. Quanto sta avvenendo certifica l'incapacità delle leadership locali, regionali ed internazionali”.
Tra Hamas e Israele, chi è l'aggressore e chi l'aggredito?
“Hamas si è comportato in modo irresponsabile, anche rispetto ai palestinesi, quando ha deciso l'escalation militare che ha generato le reazioni israeliane che vediamo. E se per alcuni l'operazione "Piombo fuso" è sproporzionata, lo è altrettanto il lancio di migliaia di razzi in reazione ad un embargo economico. L'intera vicenda dimostra l'inarrestabile infognarsi d'Israele, Hamas e della comunità internazionale nel buco nero del già noto e stranoto, con conseguenze che rischiano di sfuggire di mano a tutti”.
Il Pd appare diviso tra filopalestinesi e filoisraeliani, più che una sintesi Veltroni dovrebbe fare una scelta...
“A me paiono tutti, maggioranza compresa, accomunati dalla mancanza di un progetto, di una idea forza cui agganciare le richieste più immediate. Noi radicali la proponiamo da tempo: il superamento del nazionalismo e dello stato nazione come istituzione adeguata a gestire i problemi del nostro tempo e l'ingresso di Israele nell'Ue”.
In Europa, Francia e Germania recitano copioni diversi: verranno inviati degli osservatori, un film già visto...
“Stra-visto. Oggi la troika Ue si è presentata da una parte, Sarkozy dall'altra. Così l'Europa rimane vittima delle sue "diplomazie parallele" che minano l'incisività della sua azione. In tutta questa confusione, i nostri interlocutori finiranno per chiamare Washington per sapere qual è la linea, come sempre...”.
E' pensabile trattare con Hamas?
“Chi propone una tregua concordata, duratura, non solo umanitaria ma anche politica, che consenta un accordo su molti aspetti, dalla cessazione dei lanci dei razzi alla chiusura definitiva dei tunnel, pensa possibile escludere Hamas dalla trattativa?”.
Il Mossad paventa un possibile coinvolgimento di Hezbollah. A due anni di distanza, a cosa è servita la missione internazionale in Libano?
“Unifil, su richiesta del governo libanese, agisce da "forza cuscinetto". La sua efficacia è difficilmente misurabile ma non vedo perché sminuirne la presenza che certamente ha contribuito ad evitare un nuovo conflitto tra Israele e Hezbollah, tant'è che gli americani citano Unifil come modello per l'eventuale vigilanza sui confini della Striscia di Gaza. In qualche modo si sono "guadagnati" due anni di tempo. Ma il dramma è che questi due anni non sono stati "riempiti" da alcuna proposta di "soluzione strategica" ai problemi della regione”.
E' davvero pensabile che si possa giungere alla pace senza che vi siano vincitori né vinti?
“Le parti in commedia prevedono solo vincitori, ma a mio avviso non esiste una soluzione militare. Temo che, come accade spesso, da una guerra si esca tutti sconfitti. In particolare Israele: ammesso che riesca a schiacciare militarmente Hamas, sotto il profilo politico la rafforzerebbe rispetto all'opinione pubblica dell'intero mondo arabo e non solo”.
QN - 6 gennaio 2009
di Andrea Cangini
Presidente Bonino, al degenerare della crisi di Gaza la comunità internazionale risponde con i consueti appelli al “dialogo” e la solita formula dei “due popoli, due stati”. Il trionfo del politicamente corretto sembra nascondere un'oggettiva debolezza politica e strategica...
“Sì, mi sembra di assistere ad un terribile déjà vu, con un ritorno alle parole d'ordine del passato che non hanno funzionato allora e che non si vede perché dovrebbero funzionare ora. Quanto sta avvenendo certifica l'incapacità delle leadership locali, regionali ed internazionali”.
Tra Hamas e Israele, chi è l'aggressore e chi l'aggredito?
“Hamas si è comportato in modo irresponsabile, anche rispetto ai palestinesi, quando ha deciso l'escalation militare che ha generato le reazioni israeliane che vediamo. E se per alcuni l'operazione "Piombo fuso" è sproporzionata, lo è altrettanto il lancio di migliaia di razzi in reazione ad un embargo economico. L'intera vicenda dimostra l'inarrestabile infognarsi d'Israele, Hamas e della comunità internazionale nel buco nero del già noto e stranoto, con conseguenze che rischiano di sfuggire di mano a tutti”.
Il Pd appare diviso tra filopalestinesi e filoisraeliani, più che una sintesi Veltroni dovrebbe fare una scelta...
“A me paiono tutti, maggioranza compresa, accomunati dalla mancanza di un progetto, di una idea forza cui agganciare le richieste più immediate. Noi radicali la proponiamo da tempo: il superamento del nazionalismo e dello stato nazione come istituzione adeguata a gestire i problemi del nostro tempo e l'ingresso di Israele nell'Ue”.
In Europa, Francia e Germania recitano copioni diversi: verranno inviati degli osservatori, un film già visto...
“Stra-visto. Oggi la troika Ue si è presentata da una parte, Sarkozy dall'altra. Così l'Europa rimane vittima delle sue "diplomazie parallele" che minano l'incisività della sua azione. In tutta questa confusione, i nostri interlocutori finiranno per chiamare Washington per sapere qual è la linea, come sempre...”.
E' pensabile trattare con Hamas?
“Chi propone una tregua concordata, duratura, non solo umanitaria ma anche politica, che consenta un accordo su molti aspetti, dalla cessazione dei lanci dei razzi alla chiusura definitiva dei tunnel, pensa possibile escludere Hamas dalla trattativa?”.
Il Mossad paventa un possibile coinvolgimento di Hezbollah. A due anni di distanza, a cosa è servita la missione internazionale in Libano?
“Unifil, su richiesta del governo libanese, agisce da "forza cuscinetto". La sua efficacia è difficilmente misurabile ma non vedo perché sminuirne la presenza che certamente ha contribuito ad evitare un nuovo conflitto tra Israele e Hezbollah, tant'è che gli americani citano Unifil come modello per l'eventuale vigilanza sui confini della Striscia di Gaza. In qualche modo si sono "guadagnati" due anni di tempo. Ma il dramma è che questi due anni non sono stati "riempiti" da alcuna proposta di "soluzione strategica" ai problemi della regione”.
E' davvero pensabile che si possa giungere alla pace senza che vi siano vincitori né vinti?
“Le parti in commedia prevedono solo vincitori, ma a mio avviso non esiste una soluzione militare. Temo che, come accade spesso, da una guerra si esca tutti sconfitti. In particolare Israele: ammesso che riesca a schiacciare militarmente Hamas, sotto il profilo politico la rafforzerebbe rispetto all'opinione pubblica dell'intero mondo arabo e non solo”.
http://www.emmabonino.it/n ews/7171
Vanity Fair - 2 gennaio 2008
La lotta alle mutilazioni genitali femminili si fa sempre più difficile. Ma, scrive il leader radicale, sconfiggerle è possibile
di Emma Bonino
Sono passati cinque anni da quando le attiviste più impegnate nella lotta alle mutilazioni genitali femminili (mgf) si riunirono al Cairo con le associazioni Aidos e Non c'è Pace Senza Giustizia per discutere le strategie più efficaci per combatterle.
Da allora, 18 su 28 Paesi afro-arabi dove si praticano le mgf hanno adottato una legge che le proibisce come una violazione dei diritti della donna. E questo è un cambiamento di fondamentale importanza, perché il fenomeno non è più considerato solo come un problema socio-sanitario. L'esistenza di una legge legittima poi il lavoro delle militanti anti-mgf. Certo, di per sé non basta a sconfiggere la pratica, e in diversi Paesi c'è ancora molto da fare proprio per migliorare le norme adottate.
Quello che è emerso con più forza dalla Conferenze "Dichiarazione del Cairo +5", che Non c'è Pace Senza Giustizia ha organizzato al Cairo il 14 e 15 dicembre scorso, è il consolidamento di un lavoro di squadra che, tenendo alta la pressione a livello sociale e politico, porterà nella direzione della completa eliminazione delle mgf.
Ministri, parlamentari, attivisti e rappresentanti delle organizzazioni internazionali più impegnate su questo fronte hanno voluto chiudere i lavori della Conferenza assumendo un impegno per quest'anno: ritrovarsi ancora più numerosi in un prossimo incontro, da tenere magari proprio in uno dei Paesi in cui le mgf sono più diffuse, per elaborare nuove strategie, consolidare i risultati acquisiti, gettare le basi per ulteriori passi avanti e favorire l'armonizzazione delle legislazioni.
Quest'ultimo aspetto ha un'importanza particolare per via di un fenomeno nuovo, che sta prendendo sempre più piede. Si tratta di una sorta di "emigrazione mutilatoria" tra Paesi confinanti. Chi, per esempio, in Burkina Faso vuole far mutilare le proprie figlie, rischia dai 5 ai 10 anni di reclusione. Così si mette su un treno e va in Mali, dove non c'è ancora una legge che proibisce le mgf.
Da questo nasce la necessità di un'azione più incisiva e di un coordinamento più stringente, anche a livello di campagne d'informazione e sensibilizzazione. Perché bandire definitivamente le mgf non solo è possibile, ma è un risultato a portata di mano. Bisogna però non mollare, mai.
Vanity Fair - 2 gennaio 2008
La lotta alle mutilazioni genitali femminili si fa sempre più difficile. Ma, scrive il leader radicale, sconfiggerle è possibile
di Emma Bonino
Sono passati cinque anni da quando le attiviste più impegnate nella lotta alle mutilazioni genitali femminili (mgf) si riunirono al Cairo con le associazioni Aidos e Non c'è Pace Senza Giustizia per discutere le strategie più efficaci per combatterle.
Da allora, 18 su 28 Paesi afro-arabi dove si praticano le mgf hanno adottato una legge che le proibisce come una violazione dei diritti della donna. E questo è un cambiamento di fondamentale importanza, perché il fenomeno non è più considerato solo come un problema socio-sanitario. L'esistenza di una legge legittima poi il lavoro delle militanti anti-mgf. Certo, di per sé non basta a sconfiggere la pratica, e in diversi Paesi c'è ancora molto da fare proprio per migliorare le norme adottate.
Quello che è emerso con più forza dalla Conferenze "Dichiarazione del Cairo +5", che Non c'è Pace Senza Giustizia ha organizzato al Cairo il 14 e 15 dicembre scorso, è il consolidamento di un lavoro di squadra che, tenendo alta la pressione a livello sociale e politico, porterà nella direzione della completa eliminazione delle mgf.
Ministri, parlamentari, attivisti e rappresentanti delle organizzazioni internazionali più impegnate su questo fronte hanno voluto chiudere i lavori della Conferenza assumendo un impegno per quest'anno: ritrovarsi ancora più numerosi in un prossimo incontro, da tenere magari proprio in uno dei Paesi in cui le mgf sono più diffuse, per elaborare nuove strategie, consolidare i risultati acquisiti, gettare le basi per ulteriori passi avanti e favorire l'armonizzazione delle legislazioni.
Quest'ultimo aspetto ha un'importanza particolare per via di un fenomeno nuovo, che sta prendendo sempre più piede. Si tratta di una sorta di "emigrazione mutilatoria" tra Paesi confinanti. Chi, per esempio, in Burkina Faso vuole far mutilare le proprie figlie, rischia dai 5 ai 10 anni di reclusione. Così si mette su un treno e va in Mali, dove non c'è ancora una legge che proibisce le mgf.
Da questo nasce la necessità di un'azione più incisiva e di un coordinamento più stringente, anche a livello di campagne d'informazione e sensibilizzazione. Perché bandire definitivamente le mgf non solo è possibile, ma è un risultato a portata di mano. Bisogna però non mollare, mai.
http://www.emmabonino.it/n ews/7168
Il Corriere della Sera - 23 dicembre 2008
di Cecilia Zecchinelli
Il Cairo - Nel villaggio di Sindibis, un'ora dal Cairo tra campi e palme lungo il Nilo, è festa grande: bambini, giovani, anziani, vescovi copti e imam musulmani, tutti con grandi sorrisi e gli abiti migliori. Sotto l'enorme tendone pieno di luci, decorato da insoliti disegni di coltelli e scritte color del sangue, Moushira Khattab grida al microfono: «Le vostre bambine d'ora in poi saranno belle e felici come la luna». E poi: «Da oggi - proclama la leader del Consiglio nazionale per l'infanzia e la maternità (Nccm) - a Sindibis le mutilazioni genitali femminili, le mgf, sono proibite per sempre». È la fine di un'era durata millenni per il villaggio che come altri in tutto l'Egitto - musulmani, cristiani o misti - ha scelto di essere «libero dalle mgf». Ancora poco se si pensa che il 96% delle egiziane tra i 15 e i 49 anni (stime Onu) sono mutilate, che fino ai 15 anni il tasso è ritenuto sul 60%. Come minimo private di parte o dell'intero clitoride, a volte con gli organi genitali esterni tagliati. Molte ne soffrono tutta la vita, alcune muoiono di parto o subito: come Bodour, 13 anni, uccisa nel 2007 da una «circoncisione», ormai diventata un simbolo. Ma per tutte la piaga è marchio indelebile della condizione inferiore della donna, privata della sessualità per non mettere a rischio, prima e dopo il matrimonio, l'onore della famiglia (ovvero dei maschi). «Sono felice per le mie bimbe - ci dice Fawziya - ma questa festa ricorda che per me è troppo tardi, oggi riprovo l'orrore di allora».
In Egitto, come in altri 17 Paesi tra i 28 dell'Africa dove la pratica è diffusa (con tassi che vanno dal 28% del Senegal a oltre il 90% di Mali, Guinea e Sudan), da giugno esiste una legge che la proibisce. Altre nazioni (Kenya, Uganda, Mali) stanno per metterla al bando. Un successo, certo: vietare una tradizione che risale ai Faraoni, difesa per secoli dalle comunità e dai leader politici e religiosi di ogni credo (non a caso tutti uomini), è una svolta storica. Già avere rotto il tabù per parlarne sui media è un gran risultato. Perché la vera guerra alle mgf, pur preceduta da qualche coraggiosa battaglia locale, in fondo è iniziata appena nel 2003, alla Conferenza del Cairo voluta da Emma Bonino con la sua Ong Non c'è pace senza giustizia (Npsg) e dal Nccm guidata dalla Khattab (che ammette di aver «scoperto solo allora, scioccata, la vastità del fenomeno» nel suo Paese). Con il forte sostegno della first lady Suzanne Mubarak, del grande imam di Al-Azhar, sheikh Tantawi, e del patriarca copto Shenouda III. Oltre a quello, fondamentale, di decine e decine di first lady, ministre, parlamentari e attiviste africane (ma anche europee), che pochi giorni fa si sono ritrovate al Cairo per fare il punto e rilanciare la lotta.
Dalla seconda, grande Conferenza chiamata «Cairo+5», è emerso un verdetto comune: i primi risultati ci sono, la strada imboccata è giusta, ma la battaglia deve continuare. Perché mancano dati ma si stima che ogni anno vengano ancora private della loro sessualità tra i due e i tre milioni di donne e bambine, che si aggiungono al triste ed enorme esercito mondiale di mutilate: 120-130 milioni. «E perché - ci spiega Emma Bonino, che ha aperto la Conferenza con un sentito messaggio di Clio Napolitano - sono emerse novità. Le mgf hanno infatti iniziato a calare in certi Paesi ma questo ha portato alla migrazione mutilatoria: le famiglie portano le figlie in Stati vicini dove la pratica è permessa, ad esempio dal Burkina al Mali. Abbiamo poi notizie, per la prima volta, di mgf in Paesi finora ritenuti privi, come Arabia Saudita o Iraq, per non parlare dell'Occidente dove gli immigrati hanno esportato le mutilazioni. Che sono diventate un problema globale e richiedono quindi un'azione globale». Soprattutto, ha decretato la «Cairo+5» che si è riconvocata tra un anno in un Paese dell'Africa occidentale, passaggio dal nazionale al transnazionale, con l'armonizzazione delle legislazioni; creazione di osservatori per il monitoraggio; campagne d'informazione più massicce e vera applicazione delle leggi. Anche nei Paesi finora ritenuti privi di mgf. «Nel Kurdistan iracheno siamo rimasti sconvolti nel sapere che in alcuni villaggi il 60% delle donne sono mutilate», conferma Rozhan Dizayee, avvocato e membro del Parlamento di Erbil, unica donna della Commissione Giustizia. «Abbiamo scoperto che è una pratica antica, fatta in segreto fuori dalle città, che oggi si sta diffondendo con il crescere dell'estremismo islamico, anche se islamica non è. Mi sto battendo per una legge, non è facile». Come Rozhan, unica rappresentante del Medio Oriente alla conferenza africana-europea, tante altre donne hanno testimoniato la loro battaglia: dalla ministra del Kenya Linah Kilimo («i colleghi mi chiamano Mgf, ma prima era con scherno, oggi con rispetto»), all'attivista senegalese Khadi Koita (autrice del libro Mutilata, Cairo Editore, paladina anti-mgf in Europa). «Come per quella mamma alla festa del villaggio - ci dice Nahid Gabrella, attivista e consulente sudanese - per noi donne africane questa lotta è un dolore, continua a ricordarci quello che abbiamo subito. Ma anche per questo eliminare per sempre le mutilazioni è la cosa più importante che possiamo fare».
"IN ITALIA 30MILA CASI MA DAL DIVIETO DEL 2006 NEANCHE UN PROCESSO"
di Cecilia Zecchinelli
Il Cairo - «Si dice che siano almeno 30 mila in Italia le donne e le bambine mutilate nelle varie comunità di immigrati. Ma chissà quante sono davvero? E dove? Sono anni che mi batto per avere un osservatorio nazionale, che manca ovunque per altro. Solo così sapremo come agire, in quali lingue e con quali strumenti fare prevenzione e dissuasione. Per ora, almeno, abbiamo la legge». Emma Bonino, vicepresidente del Senato, radicale e da tempo in guerra contro le mutilazioni genitali femminili (mgf), si consola pensando che «per il divorzio la lotta è durata 14 anni». Per bandire le mgf - la normativa è stata approvata nel gennaio 2006 - c'è voluto in fondo meno. Ma è applicata? Genitori, medici, o chiunque effettui l'«operazione» (spesso in condizioni igieniche pessime, senza anestesia) sono perseguiti? In realtà, da quando la legge è passata non c'è stato un solo processo (due furono celebrati prima del 2006) e nemmeno una denuncia. «Fatta la legge, e un pò di pubblicità con poster per le strade, poi c'è stato un totale silenzio», denuncia Marian Ismail, somala e presidente dell`Associazione Donne in Rete di Milano. «Ci sono i fondi e non si capisce come vengano gestiti. E stato organizzato un tavolo tecnico dal governo e i risultati del lavoro sono rimasti in un cassetto. E intanto quasi nessun immigrato sa che le mutilazioni da noi sono proibite, chi lo sa vede che la legge non è applicata: così continua a portare le figlie "in vacanza" in patria per farle mutilare, o trova chi lo fa in Italia. Duemila bambine a rischio ogni anno si dice, ma di certo non sappiamo niente». Anche per Ismail è quindi vitale la creazione di un data base che raccolga informazioni di medici, ospedali, operatori, che pur rispettando la privacy permetta di capire dove e come concentrare gli sforzi. Responsabilizzando le ambasciate dei Paesi interessati (molti immigrati ignorano che a casa loro le mgf sono ora proibite). Coinvolgendo le seconde generazioni, ponte tra comunità e società italiana. Allargando l'azione con il numero verde promesso dalla legge e mai attivato, su cui è pronto a collaborare il Telefono Azzurro (chiamato al Cairo come consulente per la sua linea anti-mgf). In sintesi: superando l'attuale fase in cui il poco che si fa è solo grazie ai volontari e ai singoli: «Come i medici che accolgono i barconi di clandestini a Lampedusa - dice Ismail -. Molte di quelle donne per partorire devono essere deinfibulate».
Qualche importante segnale positivo però si coglie in Italia: ad esempio, lo sforzo finanziario e non solo della nostra Cooperazione. «Siamo impegnati in vari progetti per il mondo - spiega Elisabetta Belloni, direttore Generale della Cooperazione italiana, presente alla Conferenza del Cairo -. L'azione va articolata su tre settori: sul territorio per far prevenzione e assistenza; sui media per promuovere leggi che riconoscano le mgf come crimine, omogenee a livello internazionale; con una più ampia battaglia per i diritti umani, ambito in cui l'Italia ha una forte tradizione di impegno». E anche in Parlamento la questione non è in fondo ignorata: Giulia Buongiorno, avvocato e presidente della Commissione Giustizia della Camera presente anche lei alla Conferenza egiziana, sostiene che «le mgf nascono dalla discriminazione della donna, esattamente come tanta violenza sommersa in Italia». E che «respingendo la posizione di chi dice "non sono un problema nostro", penso invece che vadano combattute con più decisione: nel mio recente progetto di legge contro la pedofilia, chi viene a sapere del reato ha il dovere giuridico di denunciare, altrimenti è perseguibile come complice. Lo stesso deve essere per le mutilazioni». Proposta che però non trova tutti d'accordo. «Un'altra legge? Non ci serve - commenta Emma Bonino -. L'importante è applicare davvero quella esistente. Lanciare finalmente una vera campagna. Fatti e non parole».
Il Corriere della Sera - 23 dicembre 2008
di Cecilia Zecchinelli
Il Cairo - Nel villaggio di Sindibis, un'ora dal Cairo tra campi e palme lungo il Nilo, è festa grande: bambini, giovani, anziani, vescovi copti e imam musulmani, tutti con grandi sorrisi e gli abiti migliori. Sotto l'enorme tendone pieno di luci, decorato da insoliti disegni di coltelli e scritte color del sangue, Moushira Khattab grida al microfono: «Le vostre bambine d'ora in poi saranno belle e felici come la luna». E poi: «Da oggi - proclama la leader del Consiglio nazionale per l'infanzia e la maternità (Nccm) - a Sindibis le mutilazioni genitali femminili, le mgf, sono proibite per sempre». È la fine di un'era durata millenni per il villaggio che come altri in tutto l'Egitto - musulmani, cristiani o misti - ha scelto di essere «libero dalle mgf». Ancora poco se si pensa che il 96% delle egiziane tra i 15 e i 49 anni (stime Onu) sono mutilate, che fino ai 15 anni il tasso è ritenuto sul 60%. Come minimo private di parte o dell'intero clitoride, a volte con gli organi genitali esterni tagliati. Molte ne soffrono tutta la vita, alcune muoiono di parto o subito: come Bodour, 13 anni, uccisa nel 2007 da una «circoncisione», ormai diventata un simbolo. Ma per tutte la piaga è marchio indelebile della condizione inferiore della donna, privata della sessualità per non mettere a rischio, prima e dopo il matrimonio, l'onore della famiglia (ovvero dei maschi). «Sono felice per le mie bimbe - ci dice Fawziya - ma questa festa ricorda che per me è troppo tardi, oggi riprovo l'orrore di allora».
In Egitto, come in altri 17 Paesi tra i 28 dell'Africa dove la pratica è diffusa (con tassi che vanno dal 28% del Senegal a oltre il 90% di Mali, Guinea e Sudan), da giugno esiste una legge che la proibisce. Altre nazioni (Kenya, Uganda, Mali) stanno per metterla al bando. Un successo, certo: vietare una tradizione che risale ai Faraoni, difesa per secoli dalle comunità e dai leader politici e religiosi di ogni credo (non a caso tutti uomini), è una svolta storica. Già avere rotto il tabù per parlarne sui media è un gran risultato. Perché la vera guerra alle mgf, pur preceduta da qualche coraggiosa battaglia locale, in fondo è iniziata appena nel 2003, alla Conferenza del Cairo voluta da Emma Bonino con la sua Ong Non c'è pace senza giustizia (Npsg) e dal Nccm guidata dalla Khattab (che ammette di aver «scoperto solo allora, scioccata, la vastità del fenomeno» nel suo Paese). Con il forte sostegno della first lady Suzanne Mubarak, del grande imam di Al-Azhar, sheikh Tantawi, e del patriarca copto Shenouda III. Oltre a quello, fondamentale, di decine e decine di first lady, ministre, parlamentari e attiviste africane (ma anche europee), che pochi giorni fa si sono ritrovate al Cairo per fare il punto e rilanciare la lotta.
Dalla seconda, grande Conferenza chiamata «Cairo+5», è emerso un verdetto comune: i primi risultati ci sono, la strada imboccata è giusta, ma la battaglia deve continuare. Perché mancano dati ma si stima che ogni anno vengano ancora private della loro sessualità tra i due e i tre milioni di donne e bambine, che si aggiungono al triste ed enorme esercito mondiale di mutilate: 120-130 milioni. «E perché - ci spiega Emma Bonino, che ha aperto la Conferenza con un sentito messaggio di Clio Napolitano - sono emerse novità. Le mgf hanno infatti iniziato a calare in certi Paesi ma questo ha portato alla migrazione mutilatoria: le famiglie portano le figlie in Stati vicini dove la pratica è permessa, ad esempio dal Burkina al Mali. Abbiamo poi notizie, per la prima volta, di mgf in Paesi finora ritenuti privi, come Arabia Saudita o Iraq, per non parlare dell'Occidente dove gli immigrati hanno esportato le mutilazioni. Che sono diventate un problema globale e richiedono quindi un'azione globale». Soprattutto, ha decretato la «Cairo+5» che si è riconvocata tra un anno in un Paese dell'Africa occidentale, passaggio dal nazionale al transnazionale, con l'armonizzazione delle legislazioni; creazione di osservatori per il monitoraggio; campagne d'informazione più massicce e vera applicazione delle leggi. Anche nei Paesi finora ritenuti privi di mgf. «Nel Kurdistan iracheno siamo rimasti sconvolti nel sapere che in alcuni villaggi il 60% delle donne sono mutilate», conferma Rozhan Dizayee, avvocato e membro del Parlamento di Erbil, unica donna della Commissione Giustizia. «Abbiamo scoperto che è una pratica antica, fatta in segreto fuori dalle città, che oggi si sta diffondendo con il crescere dell'estremismo islamico, anche se islamica non è. Mi sto battendo per una legge, non è facile». Come Rozhan, unica rappresentante del Medio Oriente alla conferenza africana-europea, tante altre donne hanno testimoniato la loro battaglia: dalla ministra del Kenya Linah Kilimo («i colleghi mi chiamano Mgf, ma prima era con scherno, oggi con rispetto»), all'attivista senegalese Khadi Koita (autrice del libro Mutilata, Cairo Editore, paladina anti-mgf in Europa). «Come per quella mamma alla festa del villaggio - ci dice Nahid Gabrella, attivista e consulente sudanese - per noi donne africane questa lotta è un dolore, continua a ricordarci quello che abbiamo subito. Ma anche per questo eliminare per sempre le mutilazioni è la cosa più importante che possiamo fare».
"IN ITALIA 30MILA CASI MA DAL DIVIETO DEL 2006 NEANCHE UN PROCESSO"
di Cecilia Zecchinelli
Il Cairo - «Si dice che siano almeno 30 mila in Italia le donne e le bambine mutilate nelle varie comunità di immigrati. Ma chissà quante sono davvero? E dove? Sono anni che mi batto per avere un osservatorio nazionale, che manca ovunque per altro. Solo così sapremo come agire, in quali lingue e con quali strumenti fare prevenzione e dissuasione. Per ora, almeno, abbiamo la legge». Emma Bonino, vicepresidente del Senato, radicale e da tempo in guerra contro le mutilazioni genitali femminili (mgf), si consola pensando che «per il divorzio la lotta è durata 14 anni». Per bandire le mgf - la normativa è stata approvata nel gennaio 2006 - c'è voluto in fondo meno. Ma è applicata? Genitori, medici, o chiunque effettui l'«operazione» (spesso in condizioni igieniche pessime, senza anestesia) sono perseguiti? In realtà, da quando la legge è passata non c'è stato un solo processo (due furono celebrati prima del 2006) e nemmeno una denuncia. «Fatta la legge, e un pò di pubblicità con poster per le strade, poi c'è stato un totale silenzio», denuncia Marian Ismail, somala e presidente dell`Associazione Donne in Rete di Milano. «Ci sono i fondi e non si capisce come vengano gestiti. E stato organizzato un tavolo tecnico dal governo e i risultati del lavoro sono rimasti in un cassetto. E intanto quasi nessun immigrato sa che le mutilazioni da noi sono proibite, chi lo sa vede che la legge non è applicata: così continua a portare le figlie "in vacanza" in patria per farle mutilare, o trova chi lo fa in Italia. Duemila bambine a rischio ogni anno si dice, ma di certo non sappiamo niente». Anche per Ismail è quindi vitale la creazione di un data base che raccolga informazioni di medici, ospedali, operatori, che pur rispettando la privacy permetta di capire dove e come concentrare gli sforzi. Responsabilizzando le ambasciate dei Paesi interessati (molti immigrati ignorano che a casa loro le mgf sono ora proibite). Coinvolgendo le seconde generazioni, ponte tra comunità e società italiana. Allargando l'azione con il numero verde promesso dalla legge e mai attivato, su cui è pronto a collaborare il Telefono Azzurro (chiamato al Cairo come consulente per la sua linea anti-mgf). In sintesi: superando l'attuale fase in cui il poco che si fa è solo grazie ai volontari e ai singoli: «Come i medici che accolgono i barconi di clandestini a Lampedusa - dice Ismail -. Molte di quelle donne per partorire devono essere deinfibulate».
Qualche importante segnale positivo però si coglie in Italia: ad esempio, lo sforzo finanziario e non solo della nostra Cooperazione. «Siamo impegnati in vari progetti per il mondo - spiega Elisabetta Belloni, direttore Generale della Cooperazione italiana, presente alla Conferenza del Cairo -. L'azione va articolata su tre settori: sul territorio per far prevenzione e assistenza; sui media per promuovere leggi che riconoscano le mgf come crimine, omogenee a livello internazionale; con una più ampia battaglia per i diritti umani, ambito in cui l'Italia ha una forte tradizione di impegno». E anche in Parlamento la questione non è in fondo ignorata: Giulia Buongiorno, avvocato e presidente della Commissione Giustizia della Camera presente anche lei alla Conferenza egiziana, sostiene che «le mgf nascono dalla discriminazione della donna, esattamente come tanta violenza sommersa in Italia». E che «respingendo la posizione di chi dice "non sono un problema nostro", penso invece che vadano combattute con più decisione: nel mio recente progetto di legge contro la pedofilia, chi viene a sapere del reato ha il dovere giuridico di denunciare, altrimenti è perseguibile come complice. Lo stesso deve essere per le mutilazioni». Proposta che però non trova tutti d'accordo. «Un'altra legge? Non ci serve - commenta Emma Bonino -. L'importante è applicare davvero quella esistente. Lanciare finalmente una vera campagna. Fatti e non parole».
http://www.emmabonino.it/e dit/7149
Gioia - 18 dicembre 2008
Se oggi avesse 20 anni sarebbe in Pakistan o in India, non al Grande Fratello. Perché, dice, "non si va in tv a preparare il risotto". Non lei, almeno. Però una volta, si vestì da Wanda Osiris per portare iscritti al partito. "Fu terribile, ma servì alla causa"
di Alessandra Di Pietro
Emma Bonino entrò in Parlamento a 28 anni, portava gonne a fiori e zoccoli che risuonavano sui marmi. “Eravamo 60 donne e per noi non c’erano neanche i bagni”. I partiti incoraggiarono le signore ad occuparsi anche lì di famiglia, salute e sanità assegnandole alla Commissione Affari sociali: “il fatto grave fu che loro accettarono”. Emma invece non si accodò, scelse la Commissione Industria e il suo primo intervento in Aula fu una relazione di minoranza sui servizi segreti. Oggi Bonino ha 60 anni, è vicepresidente del Senato, indossa giacche eccentriche e comodi mocassini, ma l’animo della militante radicale più famosa conserva intatta la baldanza. Così, alla bisogna, le morbide calzature sono rimpiazzate dagli scarponi, perché Emma non teme di scalare neanche le montagne: “In Afghanistan portavamo le schede per votare sui monti più alti, con muli e cammelli”. Succedeva tre anni fa e Bonino guidava la delegazione degli osservatori europei per le elezioni nel paese. Se vi viene in mente un posto del mondo dove c’è la fame, la guerra o la tirannia, Emma c’è già stata (o ha intenzione di andare) e in quel luogo ha amici, nemici, relazioni con i governi e/o con i dissidenti. E’ stata Commissario europeo e Ministro per il Commercio internazionale, ha denunciato la violazione dei diritti politici a Cuba davanti Fidel Castro, è stata ricevuta dal Papa e dal Dalai Lama, nel mondo si batte (tra molto altro) contro le mine antiuomo, la pena di morte e le mutilazioni genitali femminili (vedi box), in Italia (tra molto altro) per il testamento biologico e contro la legge sulla procreazione assistita. Bonino ha conosciuto migliaia di persone e, altrettanti, di lei hanno memoria: “Ognuno che m’incontra dice: Emma, ti ricordi quella volta? Sono come una zia, sono la zia degli italiani”. Se oggi fosse una ragazza di vent’anni starebbe “forse in India o in Pakistan”, quando ventenne lo era, invece, era in America, “a vendere scarpe sulla Fifth Avenue, mentre preparavo la tesi sull’omicidio di Malcom X” (uno dei più importanti leader del popolo afroamericano ndr).
Barack Obama è come Malcom X?
“Sono stata sempre hillariana e non ho mai condiviso gli entusiasmi messianici su Obama. E’ stato eletto Presidente dell’America, dunque perché lo accogliamo come fosse il salvatore dell’Europa, dell’Italia e pure del matrimonio che non va più bene?”
E’ stato bello vedere una campagna elettorale con due donne protagoniste e Michelle Obama che non ha mai avuto un ruolo decorativo.
“Bellissimo. Anche se chi, come Sarah Palin, non mi piaceva affatto, era giusto che ci fosse, rappresenta una parte degli Stati Uniti che non possiamo ignorare”.
In Italia le signore della politica non fanno grandi passi in avanti.
“Poco tempo fa, per radio, ho sentito Anna Finocchiaro che non escludeva di candidarsi alla segreteria del Partito Democratico. Mi è piaciuta. Si fa così.”
Così?
“Ti proponi. Puoi non farcela, però hai provato. Invece in molte scelgono la cooptazione, lavorano nell’ombra sperando di essere notate e scelte. Si commette un errore e si crea un cattivo esempio, poi è facile diventare lamentose”.
Forse il partito radicale è diverso dagli altri.
“Non creda. Anche lì ci sono i maschietti che vogliono fare i deputati. Noi però abbiamo sempre rifiutato di creare le organizzazioni femminili dove parcheggiare le donne.”
Chi è la prossima Emma Bonino?
“Non so. Ci sono Antonella Casu, Maria Antonietta Coscioni, Rita Bernardini, Mina Welby e altre donne come Sabrina Gasparrini (sua assistente ndr) che crescono e si impongono”.
C’è pure Giulia Innocenzi, giovane, bella e bionda, che ha provato a farsi eleggere segretaria dei Giovani democratici, ma ha perso. La conosce?
“Certo. E’ brava”.
Innocenzi ha fatto un provino per il Grande Fratello. Forse, sulla scia di Vladimir Luxuria, sperimenta la via politica del reality.
“Al suo posto non andrei”.
Rinuncerebbe ad una platea sterminata...
“Sarà che ho 60 anni, ma non vado in tv a preparare il risotto. Però una volta ballai in una trasmissione con Johnny Dorelli perché mi davano un minuto per l’appello alle iscrizione del partito. Mi vestirono come Wanda Osiris, fu terribile, ma servì moltissimo alla causa.”
In Parlamento esiste uno stile velina che alcune seguono.
“Se la caratteristica della velina è il non saper fare, ci sono anche molti maschi politici incapaci. Non mi sento bigotta, non giudico le ragazze nude, mi secca però che sia l’unico modello. Una mattina ho accesso la tv e c’era una pubblicità con una signora praticamente in orgasmo multiplo perché usava un nuovo detersivo. Pazzesco, irreale. Ho organizzato un convegno con pubblicitari, autori tv, registi e ho chiesto loro perché dipingono così le donne.”
Che cosa le hanno risposto?
“Lo fanno per pigrizia. Sono stati sinceri.”
Poco tempo fa, in un’intervista, lei si inventò di essere innamorata e fidanzata con un uomo più giovane.
“Non l’ho premeditato. Ad un certo punto dell’incontro ero scocciata, non ne potevo più, il fotografo girava per casa, ero stanca e così m’è venuta su da sola la bugia.”
Dunque il fidanzato non c’è?
“Magari ci fosse.”
Fu un colpo basso per noi sinceramente interessate al suo cotè romantico. Ha più sentito la giornalista?
“No, forse dovrei farlo. Via, un giorno le scriverò un bigliettino.”
MUTILAZIONI GENITALI: LA BATTAGLIA CONTINUA
L’ultima delle iniziative internazionali di Emma Bonino è la campagna per l’abbandono delle mutilazioni genitali femminili. Si conta che nel mondo 130 milioni di donne vivono, amano e partoriscono portando sulla vagina i segni indelebili di un intervento coatto che ha inciso o più spesso reciso la clitoride e/o le grandi labbra, talvolta cucendo parte dell’organo genitale (infibulazione). Secondo l’Unicef, ogni anno, tre milioni di bambine si aggiungono alla cifra. In molti, tra i 28 stati africani interessati dalla pratica, partecipano alla Conferenza “Per l'eliminazione delle Mutilazioni Genitali Femminili - Dichiarazione del Cairo +5” (Cairo, 13/15 dicembre), organizzata dall’associazione radicale Non c’è pace senza giustizia. Aperta dalla First Lady egiziana Suzanne Mubarak e da Emma Bonino, la conferenza riunirà anche parlamentari e attivisti della società civile africana. Lo scopo è una mobilitazione politica transnazionale per consolidare le migliori pratiche, legislative e non, con l’obiettivo di sradicare a breve termine le MGF, dichiarate dal Parlamento europeo una violazione dei diritti umani (2001). Diciotto paesi africani hanno leggi che vietano di mutilare le bambine (Egitto, Ghana, Senegal, Burkina Faso, Eritrea per esempio), farle rispettare non è semplice, però le norme sono state fondamentali, dice Bonino, “hanno legittimato le attiviste africane contro le FGM, ora sono eroine nazionali, parlano in tv, alla radio, prima erano clandestine”. Per sostenere la campagna servono i fondi e Elisabetta Belloni, direttore generale per la Cooperazione internazionale, coinvolta nella Conferenza, annuncia di “promuovere con Anna Fendi un esempio concreto di partenariato tra pubblico e privato sulle MGF che sarà promosso nell’ambito della Presidenza del G8 per sensibilizzare l’opinione pubblica e realizzare alcuni progetti”.
Gioia - 18 dicembre 2008
Se oggi avesse 20 anni sarebbe in Pakistan o in India, non al Grande Fratello. Perché, dice, "non si va in tv a preparare il risotto". Non lei, almeno. Però una volta, si vestì da Wanda Osiris per portare iscritti al partito. "Fu terribile, ma servì alla causa"
di Alessandra Di Pietro
Emma Bonino entrò in Parlamento a 28 anni, portava gonne a fiori e zoccoli che risuonavano sui marmi. “Eravamo 60 donne e per noi non c’erano neanche i bagni”. I partiti incoraggiarono le signore ad occuparsi anche lì di famiglia, salute e sanità assegnandole alla Commissione Affari sociali: “il fatto grave fu che loro accettarono”. Emma invece non si accodò, scelse la Commissione Industria e il suo primo intervento in Aula fu una relazione di minoranza sui servizi segreti. Oggi Bonino ha 60 anni, è vicepresidente del Senato, indossa giacche eccentriche e comodi mocassini, ma l’animo della militante radicale più famosa conserva intatta la baldanza. Così, alla bisogna, le morbide calzature sono rimpiazzate dagli scarponi, perché Emma non teme di scalare neanche le montagne: “In Afghanistan portavamo le schede per votare sui monti più alti, con muli e cammelli”. Succedeva tre anni fa e Bonino guidava la delegazione degli osservatori europei per le elezioni nel paese. Se vi viene in mente un posto del mondo dove c’è la fame, la guerra o la tirannia, Emma c’è già stata (o ha intenzione di andare) e in quel luogo ha amici, nemici, relazioni con i governi e/o con i dissidenti. E’ stata Commissario europeo e Ministro per il Commercio internazionale, ha denunciato la violazione dei diritti politici a Cuba davanti Fidel Castro, è stata ricevuta dal Papa e dal Dalai Lama, nel mondo si batte (tra molto altro) contro le mine antiuomo, la pena di morte e le mutilazioni genitali femminili (vedi box), in Italia (tra molto altro) per il testamento biologico e contro la legge sulla procreazione assistita. Bonino ha conosciuto migliaia di persone e, altrettanti, di lei hanno memoria: “Ognuno che m’incontra dice: Emma, ti ricordi quella volta? Sono come una zia, sono la zia degli italiani”. Se oggi fosse una ragazza di vent’anni starebbe “forse in India o in Pakistan”, quando ventenne lo era, invece, era in America, “a vendere scarpe sulla Fifth Avenue, mentre preparavo la tesi sull’omicidio di Malcom X” (uno dei più importanti leader del popolo afroamericano ndr).
Barack Obama è come Malcom X?
“Sono stata sempre hillariana e non ho mai condiviso gli entusiasmi messianici su Obama. E’ stato eletto Presidente dell’America, dunque perché lo accogliamo come fosse il salvatore dell’Europa, dell’Italia e pure del matrimonio che non va più bene?”
E’ stato bello vedere una campagna elettorale con due donne protagoniste e Michelle Obama che non ha mai avuto un ruolo decorativo.
“Bellissimo. Anche se chi, come Sarah Palin, non mi piaceva affatto, era giusto che ci fosse, rappresenta una parte degli Stati Uniti che non possiamo ignorare”.
In Italia le signore della politica non fanno grandi passi in avanti.
“Poco tempo fa, per radio, ho sentito Anna Finocchiaro che non escludeva di candidarsi alla segreteria del Partito Democratico. Mi è piaciuta. Si fa così.”
Così?
“Ti proponi. Puoi non farcela, però hai provato. Invece in molte scelgono la cooptazione, lavorano nell’ombra sperando di essere notate e scelte. Si commette un errore e si crea un cattivo esempio, poi è facile diventare lamentose”.
Forse il partito radicale è diverso dagli altri.
“Non creda. Anche lì ci sono i maschietti che vogliono fare i deputati. Noi però abbiamo sempre rifiutato di creare le organizzazioni femminili dove parcheggiare le donne.”
Chi è la prossima Emma Bonino?
“Non so. Ci sono Antonella Casu, Maria Antonietta Coscioni, Rita Bernardini, Mina Welby e altre donne come Sabrina Gasparrini (sua assistente ndr) che crescono e si impongono”.
C’è pure Giulia Innocenzi, giovane, bella e bionda, che ha provato a farsi eleggere segretaria dei Giovani democratici, ma ha perso. La conosce?
“Certo. E’ brava”.
Innocenzi ha fatto un provino per il Grande Fratello. Forse, sulla scia di Vladimir Luxuria, sperimenta la via politica del reality.
“Al suo posto non andrei”.
Rinuncerebbe ad una platea sterminata...
“Sarà che ho 60 anni, ma non vado in tv a preparare il risotto. Però una volta ballai in una trasmissione con Johnny Dorelli perché mi davano un minuto per l’appello alle iscrizione del partito. Mi vestirono come Wanda Osiris, fu terribile, ma servì moltissimo alla causa.”
In Parlamento esiste uno stile velina che alcune seguono.
“Se la caratteristica della velina è il non saper fare, ci sono anche molti maschi politici incapaci. Non mi sento bigotta, non giudico le ragazze nude, mi secca però che sia l’unico modello. Una mattina ho accesso la tv e c’era una pubblicità con una signora praticamente in orgasmo multiplo perché usava un nuovo detersivo. Pazzesco, irreale. Ho organizzato un convegno con pubblicitari, autori tv, registi e ho chiesto loro perché dipingono così le donne.”
Che cosa le hanno risposto?
“Lo fanno per pigrizia. Sono stati sinceri.”
Poco tempo fa, in un’intervista, lei si inventò di essere innamorata e fidanzata con un uomo più giovane.
“Non l’ho premeditato. Ad un certo punto dell’incontro ero scocciata, non ne potevo più, il fotografo girava per casa, ero stanca e così m’è venuta su da sola la bugia.”
Dunque il fidanzato non c’è?
“Magari ci fosse.”
Fu un colpo basso per noi sinceramente interessate al suo cotè romantico. Ha più sentito la giornalista?
“No, forse dovrei farlo. Via, un giorno le scriverò un bigliettino.”
MUTILAZIONI GENITALI: LA BATTAGLIA CONTINUA
L’ultima delle iniziative internazionali di Emma Bonino è la campagna per l’abbandono delle mutilazioni genitali femminili. Si conta che nel mondo 130 milioni di donne vivono, amano e partoriscono portando sulla vagina i segni indelebili di un intervento coatto che ha inciso o più spesso reciso la clitoride e/o le grandi labbra, talvolta cucendo parte dell’organo genitale (infibulazione). Secondo l’Unicef, ogni anno, tre milioni di bambine si aggiungono alla cifra. In molti, tra i 28 stati africani interessati dalla pratica, partecipano alla Conferenza “Per l'eliminazione delle Mutilazioni Genitali Femminili - Dichiarazione del Cairo +5” (Cairo, 13/15 dicembre), organizzata dall’associazione radicale Non c’è pace senza giustizia. Aperta dalla First Lady egiziana Suzanne Mubarak e da Emma Bonino, la conferenza riunirà anche parlamentari e attivisti della società civile africana. Lo scopo è una mobilitazione politica transnazionale per consolidare le migliori pratiche, legislative e non, con l’obiettivo di sradicare a breve termine le MGF, dichiarate dal Parlamento europeo una violazione dei diritti umani (2001). Diciotto paesi africani hanno leggi che vietano di mutilare le bambine (Egitto, Ghana, Senegal, Burkina Faso, Eritrea per esempio), farle rispettare non è semplice, però le norme sono state fondamentali, dice Bonino, “hanno legittimato le attiviste africane contro le FGM, ora sono eroine nazionali, parlano in tv, alla radio, prima erano clandestine”. Per sostenere la campagna servono i fondi e Elisabetta Belloni, direttore generale per la Cooperazione internazionale, coinvolta nella Conferenza, annuncia di “promuovere con Anna Fendi un esempio concreto di partenariato tra pubblico e privato sulle MGF che sarà promosso nell’ambito della Presidenza del G8 per sensibilizzare l’opinione pubblica e realizzare alcuni progetti”.
Il Riformista - 5 dicembre 2008
di Emma Bonino
La crisi finanziaria mondiale e gli effetti della recessione che hanno investito l`Italia impongono a chi governa l`economia del nostro Paese di prendere contromisure tempestive, univoche ed efficaci. Non siamo in epoca di interventi a pioggia i cui benefici rischiano di disperdersi in mille rivoli. Alle difficoltà che si profilano occorre rispondere avendo chiare le priorità e, da tempi non sospetti, non ho dubbi che la riforma degli ammortizzatori sociali debba essere in cima alla lista: lasciare qualche soldo nelle tasche della gente è una delle risposte per mantenere uno stimolo all`economia e proteggere nuovi disoccupati da un crollo verticale delle loro entrate.
Facciamo due conti. L`Ocse stima che la recessione avrà pesanti conseguenze sul mercato del lavoro e che in Italia, nel 2009 e nel 2010, ci saranno circa due milioni di disoccupati. Secondo l`ultimo rapporto di monitoraggio del ministero del Lavoro, gli ammortizzatori sociali italiani coprono solo il31% dei disoccupati con sussidi di varia natura. Gli altri devono arrangiarsi da soli. Nei prossimi due anni, dunque, ci saranno poco più di 600mila disoccupati che riceveranno un sostegno al reddito, a cui si aggiungono i cassaintegrati e circa 1,4 milioni senza alcuna fonte di reddito. Contribuiranno ad alimentare l`esercito dei poveri e potranno sopravvivere solo grazie all`aiuto delle famiglie o del lavoro nero. Ma prendiamo in considerazione, vista la difficile situazione dei bilanci pubblici, solo quelli che hanno perso un lavoro e non le persone alla ricerca del primo impiego. Sempre facendo una stima tagliata con l`accetta, poiché nel 2007 le persone in cerca di lavoro con una precedente esperienza lavorativa erano il 75% del totale, nel 2009 e nel 2010 i disoccupati che perderanno il lavoro, non coperti da alcun ammortizzatore sociale, saranno almeno 900mila, buona parte dei quali con contratti flessibili o atipici. Probabilmente i disoccupati saranno in proporzione molti di più rispetto agli inoccupati a causa della crisi che si abbatterà su molti settori produttivi.
E' un problema sociale, economico, politico e forse anche di ordine pubblico di qualche rilevanza che nei prossimi due anni ci saranno quasi un milione di cittadini italiani senza neppure le risorse minime di sussistenza? Il governo ha annunciato lo stanziamento di un miliardo di euro per allargare in misura modesta la platea dei beneficiari degli ammortizzatori sociali. Per poter erogare un`integrazione al reddito a buona parte dei 900mila disoccupati che si annunciano sono necessarie risorse aggiuntive pari a quelle che, alla fine, saranno pagate dai contribuenti per il salvataggio di Alitalia, cioè circa tre miliardi. Il piano governativo, che prevede tanti interventi sparsi di modesta entità, sarà in grado di produrre quello shock di cui abbiamo bisogno per incentivare la domanda e risollevare l`economia? Sono francamente scettica. Allora, concentrare le poche risorse per consentire a 900mila disoccupati di resistere, in modo dignitoso, alla tempesta dei prossimi due anni ha tanti vantaggi. Innanzitutto è una misura di giustizia sociale che esiste in tutti gli altri Paesi d`Europa. Solo in Italia vi sono due categorie di lavoratori, quella protetta contro il licenziamento involontario e quella abbandonata alla sua sorte. Cogliere quest`occasione per una rapida riforma degli ammortizzatori sociali, utilizzando la delega prevista dalla legge sul welfare del precedente governo che permette di abbreviare drasticamente le procedure di approvazione, consentirebbe di ottenere due risultati insieme: intervenire con urgenza su 900mila poveri assoluti che questa crisi getterà sullastrico; avvicinare il nostro Paese all`Europa con una riforma degli ammortizzatori sociali moderna ma anche severa, tenuto conto delle condizioni vincolanti che, in un`ottica di welfare to work, sono alla base del patto tra Stato e cittadino beneficiario.
Ma il provvedimento avrebbe anche una funzione anticiclica: trasferire tre miliardi sui ceti più bisognosi, privi in gran parte di altre fonti di reddito, darà una forte spinta alla domanda perché queste risorse si trasformeranno quasi interamente in acquisti di beni e di servizi essenziali. Di questo ha bisogno il nostro Paese, come molti economisti raccomandano, per uscire con le ossa meno rotte dalla recessione.
http://www.emmabonino.it/n ews/7118
di Emma Bonino
La crisi finanziaria mondiale e gli effetti della recessione che hanno investito l`Italia impongono a chi governa l`economia del nostro Paese di prendere contromisure tempestive, univoche ed efficaci. Non siamo in epoca di interventi a pioggia i cui benefici rischiano di disperdersi in mille rivoli. Alle difficoltà che si profilano occorre rispondere avendo chiare le priorità e, da tempi non sospetti, non ho dubbi che la riforma degli ammortizzatori sociali debba essere in cima alla lista: lasciare qualche soldo nelle tasche della gente è una delle risposte per mantenere uno stimolo all`economia e proteggere nuovi disoccupati da un crollo verticale delle loro entrate.
Facciamo due conti. L`Ocse stima che la recessione avrà pesanti conseguenze sul mercato del lavoro e che in Italia, nel 2009 e nel 2010, ci saranno circa due milioni di disoccupati. Secondo l`ultimo rapporto di monitoraggio del ministero del Lavoro, gli ammortizzatori sociali italiani coprono solo il31% dei disoccupati con sussidi di varia natura. Gli altri devono arrangiarsi da soli. Nei prossimi due anni, dunque, ci saranno poco più di 600mila disoccupati che riceveranno un sostegno al reddito, a cui si aggiungono i cassaintegrati e circa 1,4 milioni senza alcuna fonte di reddito. Contribuiranno ad alimentare l`esercito dei poveri e potranno sopravvivere solo grazie all`aiuto delle famiglie o del lavoro nero. Ma prendiamo in considerazione, vista la difficile situazione dei bilanci pubblici, solo quelli che hanno perso un lavoro e non le persone alla ricerca del primo impiego. Sempre facendo una stima tagliata con l`accetta, poiché nel 2007 le persone in cerca di lavoro con una precedente esperienza lavorativa erano il 75% del totale, nel 2009 e nel 2010 i disoccupati che perderanno il lavoro, non coperti da alcun ammortizzatore sociale, saranno almeno 900mila, buona parte dei quali con contratti flessibili o atipici. Probabilmente i disoccupati saranno in proporzione molti di più rispetto agli inoccupati a causa della crisi che si abbatterà su molti settori produttivi.
E' un problema sociale, economico, politico e forse anche di ordine pubblico di qualche rilevanza che nei prossimi due anni ci saranno quasi un milione di cittadini italiani senza neppure le risorse minime di sussistenza? Il governo ha annunciato lo stanziamento di un miliardo di euro per allargare in misura modesta la platea dei beneficiari degli ammortizzatori sociali. Per poter erogare un`integrazione al reddito a buona parte dei 900mila disoccupati che si annunciano sono necessarie risorse aggiuntive pari a quelle che, alla fine, saranno pagate dai contribuenti per il salvataggio di Alitalia, cioè circa tre miliardi. Il piano governativo, che prevede tanti interventi sparsi di modesta entità, sarà in grado di produrre quello shock di cui abbiamo bisogno per incentivare la domanda e risollevare l`economia? Sono francamente scettica. Allora, concentrare le poche risorse per consentire a 900mila disoccupati di resistere, in modo dignitoso, alla tempesta dei prossimi due anni ha tanti vantaggi. Innanzitutto è una misura di giustizia sociale che esiste in tutti gli altri Paesi d`Europa. Solo in Italia vi sono due categorie di lavoratori, quella protetta contro il licenziamento involontario e quella abbandonata alla sua sorte. Cogliere quest`occasione per una rapida riforma degli ammortizzatori sociali, utilizzando la delega prevista dalla legge sul welfare del precedente governo che permette di abbreviare drasticamente le procedure di approvazione, consentirebbe di ottenere due risultati insieme: intervenire con urgenza su 900mila poveri assoluti che questa crisi getterà sullastrico; avvicinare il nostro Paese all`Europa con una riforma degli ammortizzatori sociali moderna ma anche severa, tenuto conto delle condizioni vincolanti che, in un`ottica di welfare to work, sono alla base del patto tra Stato e cittadino beneficiario.
Ma il provvedimento avrebbe anche una funzione anticiclica: trasferire tre miliardi sui ceti più bisognosi, privi in gran parte di altre fonti di reddito, darà una forte spinta alla domanda perché queste risorse si trasformeranno quasi interamente in acquisti di beni e di servizi essenziali. Di questo ha bisogno il nostro Paese, come molti economisti raccomandano, per uscire con le ossa meno rotte dalla recessione.
http://www.emmabonino.it/n
BONINO, NELLO SHOPPING E NELLE INFRASTRUTTURE I VANTAGGI PER L’ITALIA DALL’INVASIONE CINESE
Milano Finanza - 23 agosto 2008
v. http://www.emmabonino.it/n ews/6951
Come valuta il fenomeno dell'imprenditoria cinese in Italia in questi anni? E quali vantaggi e quali svantaggi presenta per il nostro Paese?
”Guardiamo prima al quadro generale. Le nostre relazioni commerciali tra Italia e Cina sono sempre state soddisfacenti ma nei due anni che sono stata Ministro per il Commercio Internazionale, grazie anche alla missione di sistema guidata da Prodi nel settembre del 2006, abbiamo notevolmente spinto le nostre imprese ad investire in un paese, la Cina, che cresce al ritmo del 10-12% l’anno con il risultato di aumentare il nostro export quasi del 20% in questo biennio. Abbiamo inoltre cercato di attrarre investimenti cinesi in Italia puntando ad un salto di qualità. I primi settori di interesse per l’imprenditoria cinese in Italia sono stati, storicamente, quelli della pelletteria e della ristorazione; poi vi è stato un imponente sviluppo di attività legate all’importazione di prodotti made in China, soprattutto capi d’abbigliamento, giocattoli e "oggettivistica" a basso costo. Questo mercato è oggi più che saturo. La Cina è una grande potenza che muove soprattutto grandi capitali. Per questo, come Ministro, ho soprattutto operato per attrarre loro investimenti nel campo delle infrastrutture, in particolare per i porti vista la posizione strategica del nostro paese. Credo che sia questo il settore nel quale l'Italia può trarre maggiori vantaggi.”
A che livello è la penetrazione delle aziende cinesi in Italia?
“Ci sono due fronti d’impatto del capitale cinese in Italia: il primo è quello delle micro-imprese, che si muovono su binari paralleli all’economia principale; il secondo è quello del grosso capitale cinese, il capitale dell’industria pesante, veicolato e facilitato dai meccanismi statali. Sebbene si parli spesso del cosiddetto "socialismo di mercato" cinese, non bisogna dimenticare che lo Stato continua a ricoprire un ruolo fondamentale nell’economia cinese. La presenza, nel nostro Paese, di grandi capitali cinesi, sembra però essere un fenomeno ancora molto sottovalutato dall’Italia. Recentemente marchi italiani come Benelli e Sergio Tacchini sono diventati cinesi, ma nel nostro paese c’è un dibattito tutto centrato sull’italianità, che invece non ci fa scorgere quanto sia importante che imprese italiane continuino a vivere e a crescere anche con capitali stranieri”.
Quali sono le sue previsioni per gli anni a venire: è un fenomeno destinato a crescere oppure si stabilizzerà? E quali saranno i problemi che ne scaturiranno per il sistema economico italiano?
“Certamente la presenza cinese crescerà, non può essere altrimenti. La tendenza nell'ultimo decennio parla chiaro: siamo passati da 5 miliardi di euro del 1999 ai quasi 22 miliardi del 2007, una quota di mercato pari al 5,9%. L'obiettivo dell'Italia dovrebbe essere quello di riequilibrare la bilancia commerciale che è nettamente in nostro sfavore: nel 2007 abbiamo esportato merci per un valore di 6,3 miliardi ma abbiamo importato per 21,7 miliardi. Questo deficit è destinato ad aumentare se lo sforzo di sistema viene meno. E’ qui che si gioca la partita. Paradossalmente i cinesi, ma anche gli indiani, competono in settori tipici del Made in Italy: calzature, abbigliamento, componenti per la casa. Ma laddove le imprese italiane hanno alzato l’asticella hanno sempre vinto la sfida. Voglio dire che se puntiamo sulla qualità e sulle nuove tecnologie di lavorazione, pensiamo ai calzaturieri del Brenta o ai nostri designer, non c’è impresa cinese che ci stia dietro. Per il momento, però, perché dobbiamo tener presente che anche la Cina sta alzando il livello qualitativo della sua produzione manifatturiera, "appaltando" ad altri paesi, come il Bangladesh o il Vietnam, il Made in China di prima generazione."
Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, in campagna elettorale, aveva abbozzato l'idea di imporre dazi sui prodotto importati dalla Cina. Qual la sua opinione al riguardo?
“Sono sempre stata a favore del libero mercato ma con regole chiare per tutti gli attori in campo. Solo abbattendo i muri l’economia cresce ed è un beneficio per tutti, imprese e consumatori. Se, però, le regole della concorrenza non vengono rispettate, allora bisogna intervenire. Ad esempio lo abbiamo fatto per le calzature italiane, che subivano un chiaro dumping da quelle cinesi e vietnamite. E lo stesso è successo con i compressori cinesi che venivano venduti sottocosto in Europa danneggiando la nostra produzione. Questo lo dico perché se Tremonti parla di dazi e basta allora sarebbe un errore, se invece si tratta di intervenire dove vi sono casi palesi e manifesti di alterazione del mercato allora è giusto utilizzare gli strumenti già esistenti più adatti, come le misure antidumping. E per fare questo c'è un arbitro al di sopra delle parti, il Wto, l’organizzazione mondiale per il commercio che certamente andrebbe riformata per meglio adattarsi alle realtà di oggi ma che negli anni passati non ha lesinato multe a quei paesi che si sono mossi solo per difendere gli interessi nazionali, ad esempio nel caso dell’acciaio statunitense”.
Milano Finanza - 23 agosto 2008
v. http://www.emmabonino.it/n
Come valuta il fenomeno dell'imprenditoria cinese in Italia in questi anni? E quali vantaggi e quali svantaggi presenta per il nostro Paese?
”Guardiamo prima al quadro generale. Le nostre relazioni commerciali tra Italia e Cina sono sempre state soddisfacenti ma nei due anni che sono stata Ministro per il Commercio Internazionale, grazie anche alla missione di sistema guidata da Prodi nel settembre del 2006, abbiamo notevolmente spinto le nostre imprese ad investire in un paese, la Cina, che cresce al ritmo del 10-12% l’anno con il risultato di aumentare il nostro export quasi del 20% in questo biennio. Abbiamo inoltre cercato di attrarre investimenti cinesi in Italia puntando ad un salto di qualità. I primi settori di interesse per l’imprenditoria cinese in Italia sono stati, storicamente, quelli della pelletteria e della ristorazione; poi vi è stato un imponente sviluppo di attività legate all’importazione di prodotti made in China, soprattutto capi d’abbigliamento, giocattoli e "oggettivistica" a basso costo. Questo mercato è oggi più che saturo. La Cina è una grande potenza che muove soprattutto grandi capitali. Per questo, come Ministro, ho soprattutto operato per attrarre loro investimenti nel campo delle infrastrutture, in particolare per i porti vista la posizione strategica del nostro paese. Credo che sia questo il settore nel quale l'Italia può trarre maggiori vantaggi.”
A che livello è la penetrazione delle aziende cinesi in Italia?
“Ci sono due fronti d’impatto del capitale cinese in Italia: il primo è quello delle micro-imprese, che si muovono su binari paralleli all’economia principale; il secondo è quello del grosso capitale cinese, il capitale dell’industria pesante, veicolato e facilitato dai meccanismi statali. Sebbene si parli spesso del cosiddetto "socialismo di mercato" cinese, non bisogna dimenticare che lo Stato continua a ricoprire un ruolo fondamentale nell’economia cinese. La presenza, nel nostro Paese, di grandi capitali cinesi, sembra però essere un fenomeno ancora molto sottovalutato dall’Italia. Recentemente marchi italiani come Benelli e Sergio Tacchini sono diventati cinesi, ma nel nostro paese c’è un dibattito tutto centrato sull’italianità, che invece non ci fa scorgere quanto sia importante che imprese italiane continuino a vivere e a crescere anche con capitali stranieri”.
Quali sono le sue previsioni per gli anni a venire: è un fenomeno destinato a crescere oppure si stabilizzerà? E quali saranno i problemi che ne scaturiranno per il sistema economico italiano?
“Certamente la presenza cinese crescerà, non può essere altrimenti. La tendenza nell'ultimo decennio parla chiaro: siamo passati da 5 miliardi di euro del 1999 ai quasi 22 miliardi del 2007, una quota di mercato pari al 5,9%. L'obiettivo dell'Italia dovrebbe essere quello di riequilibrare la bilancia commerciale che è nettamente in nostro sfavore: nel 2007 abbiamo esportato merci per un valore di 6,3 miliardi ma abbiamo importato per 21,7 miliardi. Questo deficit è destinato ad aumentare se lo sforzo di sistema viene meno. E’ qui che si gioca la partita. Paradossalmente i cinesi, ma anche gli indiani, competono in settori tipici del Made in Italy: calzature, abbigliamento, componenti per la casa. Ma laddove le imprese italiane hanno alzato l’asticella hanno sempre vinto la sfida. Voglio dire che se puntiamo sulla qualità e sulle nuove tecnologie di lavorazione, pensiamo ai calzaturieri del Brenta o ai nostri designer, non c’è impresa cinese che ci stia dietro. Per il momento, però, perché dobbiamo tener presente che anche la Cina sta alzando il livello qualitativo della sua produzione manifatturiera, "appaltando" ad altri paesi, come il Bangladesh o il Vietnam, il Made in China di prima generazione."
Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, in campagna elettorale, aveva abbozzato l'idea di imporre dazi sui prodotto importati dalla Cina. Qual la sua opinione al riguardo?
“Sono sempre stata a favore del libero mercato ma con regole chiare per tutti gli attori in campo. Solo abbattendo i muri l’economia cresce ed è un beneficio per tutti, imprese e consumatori. Se, però, le regole della concorrenza non vengono rispettate, allora bisogna intervenire. Ad esempio lo abbiamo fatto per le calzature italiane, che subivano un chiaro dumping da quelle cinesi e vietnamite. E lo stesso è successo con i compressori cinesi che venivano venduti sottocosto in Europa danneggiando la nostra produzione. Questo lo dico perché se Tremonti parla di dazi e basta allora sarebbe un errore, se invece si tratta di intervenire dove vi sono casi palesi e manifesti di alterazione del mercato allora è giusto utilizzare gli strumenti già esistenti più adatti, come le misure antidumping. E per fare questo c'è un arbitro al di sopra delle parti, il Wto, l’organizzazione mondiale per il commercio che certamente andrebbe riformata per meglio adattarsi alle realtà di oggi ma che negli anni passati non ha lesinato multe a quei paesi che si sono mossi solo per difendere gli interessi nazionali, ad esempio nel caso dell’acciaio statunitense”.
Sono accessibili sui siti del Dipartimento per le Politiche Comunitarie (www.politichecomunitarie. it) e del Ministero del Commercio internazionale (www.mincomes.it) i bilanci dei venti mesi di attività al governo del ministro Emma Bonino. Il rapporto sulle politiche europee, dal titolo "Perché abbiamo bisogno di più Europa", denuncia che la politica europea è stata troppo a lungo considerata da noi una politica minore e che intaccare la cronica mancanza di disciplina, che l'appartenenza all'Europa imporrebbe, non è facile in un paese spesso ingessato dalle proprie procedure e consuetudini. L'operato del Ministro Bonino si è concentrato su tre priorità: contare di più in Europa, rafforzando il coordinamento delle posizioni italiane a Bruxelles; rimettere le carte in regola, soprattutto sul piano delle infrazioni al diritto comunitario e al recepimento delle direttive Ue; innervare il più possibile con le innovazioni europee la legislazione, la società e l'economia del nostro paese.
"Il forte europeismo degli italiani", sostiene Emma Bonino, "si è raramente tradotto in un'azione strutturata, capace di dare al paese un ruolo altrettanto forte nella costruzione quotidiana dell'Ue. E' quello che abbiamo tentato di fare in questi venti mesi, perché non si può riformare l'Europa senza al tempo stesso riformare l'Italia. In questo senso, per l'Italia l'Europa rimane una sfida continua."
Il messaggio chiave del rapporto sul commercio internazionale, dal titolo "Esportare l'Italia", è che il mondo non aspetta l'Italia. La qualità dei prodotti italiani è rinomata a livello internazionale e il nostro export non ha mai goduto di così buona salute (+ 9,7% nel 2007) ma non è il caso di sedersi sugli allori. Per questo, il Ministro Bonino ha ritenuto, sin dall'inizio del suo mandato, di riorientare la strategia basandola su due piani principali: fissando linee direttrici sull'attività promozionale più durature nel tempo (triennali) e identificando i mercati maturi o emergenti più attrattivi sia dal punto geografico che merceologico. L'obiettivo essendo, data l'esiguità delle risorse finanziarie disponibili per l'internazionalizzazione, che gli interventi siano concentrati o quantomeno coordinati per creare la necessaria massa critica. L'azione del Ministro Bonino si è poi concentrata su diversi fronti, sia interni che esterni: In Italia, ottenendo in Finanziaria risorse destinate al sostegno all'export per la prima volta per un totale di € 165 milioni e stringendo accordi di programma con le Regioni per evitare di presentarsi in ordine sparso nel mondo; in Europa, affermando le nostre ragioni nell'ambito della politica commerciale comune soprattutto in sede WTO, ottenendo l'applicazione di misure antidumping temporanee per casi di concorrenza sleale (calzature dal Vietnam e dalla Cina, compressori ad aria dalla Cina) e avviando la procedura del "doppio monitoraggio" per tenere sotto controllo i prodotti tessili dalla Cina; nel Mondo,
effettuando 28 missioni di sistema, portando avanti una ferma lotta alla contraffazione (con l'apertura di tredici desks anti-contraffazione nel mondo), e rilanciando le commissioni miste bilaterali.
Secondo Emma Bonino "fare il ministro del commercio internazionale vuol dire anzitutto sintonizzare il paese con il mondo che cambia. Molte imprese hanno capito che è necessario affrontare il nuovo contesto globalizzato a viso aperto, rimettere in discussione vecchi dogmi, e soprattutto rischiare. I miei sforzi in questi venti mesi di governo", continua il ministro, "sono stati dedicati ad incitare tutti gli attori, pubblici e privati, a contribuire ai molti successi che sono stati colti. Tutte queste energie sono il vero motore dell'Italia: tutto ci possiamo permettere, tranne che si spenga proprio adesso. Anche per questo sono dell'avviso che sia necessario un ministro a tempo pieno per sostenere l'internazionalizzazione delle nostre imprese."
"Il forte europeismo degli italiani", sostiene Emma Bonino, "si è raramente tradotto in un'azione strutturata, capace di dare al paese un ruolo altrettanto forte nella costruzione quotidiana dell'Ue. E' quello che abbiamo tentato di fare in questi venti mesi, perché non si può riformare l'Europa senza al tempo stesso riformare l'Italia. In questo senso, per l'Italia l'Europa rimane una sfida continua."
Il messaggio chiave del rapporto sul commercio internazionale, dal titolo "Esportare l'Italia", è che il mondo non aspetta l'Italia. La qualità dei prodotti italiani è rinomata a livello internazionale e il nostro export non ha mai goduto di così buona salute (+ 9,7% nel 2007) ma non è il caso di sedersi sugli allori. Per questo, il Ministro Bonino ha ritenuto, sin dall'inizio del suo mandato, di riorientare la strategia basandola su due piani principali: fissando linee direttrici sull'attività promozionale più durature nel tempo (triennali) e identificando i mercati maturi o emergenti più attrattivi sia dal punto geografico che merceologico. L'obiettivo essendo, data l'esiguità delle risorse finanziarie disponibili per l'internazionalizzazione, che gli interventi siano concentrati o quantomeno coordinati per creare la necessaria massa critica. L'azione del Ministro Bonino si è poi concentrata su diversi fronti, sia interni che esterni: In Italia, ottenendo in Finanziaria risorse destinate al sostegno all'export per la prima volta per un totale di € 165 milioni e stringendo accordi di programma con le Regioni per evitare di presentarsi in ordine sparso nel mondo; in Europa, affermando le nostre ragioni nell'ambito della politica commerciale comune soprattutto in sede WTO, ottenendo l'applicazione di misure antidumping temporanee per casi di concorrenza sleale (calzature dal Vietnam e dalla Cina, compressori ad aria dalla Cina) e avviando la procedura del "doppio monitoraggio" per tenere sotto controllo i prodotti tessili dalla Cina; nel Mondo,
effettuando 28 missioni di sistema, portando avanti una ferma lotta alla contraffazione (con l'apertura di tredici desks anti-contraffazione nel mondo), e rilanciando le commissioni miste bilaterali.
Secondo Emma Bonino "fare il ministro del commercio internazionale vuol dire anzitutto sintonizzare il paese con il mondo che cambia. Molte imprese hanno capito che è necessario affrontare il nuovo contesto globalizzato a viso aperto, rimettere in discussione vecchi dogmi, e soprattutto rischiare. I miei sforzi in questi venti mesi di governo", continua il ministro, "sono stati dedicati ad incitare tutti gli attori, pubblici e privati, a contribuire ai molti successi che sono stati colti. Tutte queste energie sono il vero motore dell'Italia: tutto ci possiamo permettere, tranne che si spenga proprio adesso. Anche per questo sono dell'avviso che sia necessario un ministro a tempo pieno per sostenere l'internazionalizzazione delle nostre imprese."







