Ristoranti etnici: una chiusura che sa di arretratezza culturale
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Post n. 1
Talento da svendere ha scrittoil 13 marzo 2009 alle 10.41
Questo è un pezzo di Irene Tinagli pubblicato recentemente su Il Riformista.
I tentativi di arginare l’“invasione straniera” e tutelare la nostra identita’ si spandono dal governo centrale alle nostre citta’. Dopo la tassa sul permesso di soggiorno proposta dal ministro Maroni arriva l’ordinanza del Comune di Lucca che vieta l’apertura di ristoranti etnici e che addirittura obbliga ad avere nel menu almeno un piatto tipico lucchese.
Per chi e’ abituato a viaggiare o a vivere nelle citta’ piu’ vibranti e cosmpolite questa idea puo’ far ridere, ma le persone che l’hanno varata non scherzavano e hanno evidentemente creduto di dare una risposta ad un problema reale della citta’. Un ragionamento non isolato, visto che anche il consiglio regionale della Lombardia sta vagliando un provvedimento analogo (un’idea gia’ lanciata dal consigliere leghista Belotti lo scorso Luglio) ed e’ prevedibile che vi saranno iniziative del genere in altre citta’ e regioni. Puo’ quindi valer la pena fare una breve riflessione su quanto accaduto. Una riflessione che vada oltre alla fin troppo scontata accusa di razzismo o di “discriminazione gastronomica”.
Infatti, piu’ che dirci qualcosa sul razzismo latente e sulla paura del diverso, questo genere di iniziative ci dice molto sulla fondamentale ignoranza dei meccanismi socio-economici che regolano la vita e la crescita delle nostre citta’. Ci mostra la profonda confusione che spesso si fa tra i sintomi e le cause dei fenomeni complessi che ci troviamo ad affrontare, e ci fa capire la miriade di iniziative e di politiche inutili e frammentarie con cui e’ gestito il nostro territorio.
Tornando al caso specifico di Lucca, la motivazione addotta per l’introduzione del nuovo regolamento e’ la tutela del “decoro” e della specificita’ cittadina.
Ma per quale motivo un ristorante straniero dovrebbe, in quanto straniero, degradare o snaturare una citta’? Esistono ristoranti etnici bellissimi e raffinati, a Londra come a Roma o Milano, cosi’ come ci sono latterie e bar “locali” nei quali c’e’ da aver paura a mettere piede. E certamente Parigi e’ rimasta Parigi anche con la moltitudine di ristoranti algerini e sale da te’ marocchine, e Barcellona e’ rinata ed e’ piu’ bella che mai anche dopo che sono fioriti sushi bar e ristoranti fusion. Il punto quindi e’ un altro.
Il punto che gli amministratori di Lucca cosi’ come certi consiglieri della Lombardia non hanno capito e’ che le attivita’ commerciali che si sviluppano in una citta’ e in un territorio sono il riflesso delle dinamiche economiche e sociali di quegli stessi luoghi. Se i centri cittadini si svuotano di bei negozi e bei ristoranti e’ perche’ per queste attivita’ non c’e’ sufficiente mercato, e’ perche’ le politiche di sviluppo urbano hanno allontanato le famiglie e i ceti benestanti dai centri delle citta’, dando licenze per costruire centinaia di villette nelle periferie, centri commerciali e altre amenita’ che hanno consumato territorio e hanno messo in moto potenti forze centripete rispetto ai centri cittadini.
Molti centri si sono svuotati delle categorie di persone che consumavano i beni di alta fascia e si sono riempiti dei gruppi di persone che per vari motivi non possono vivere in periferia: gli anziani che sono meno mobili e hanno bisogno di stare vicini ai servizi sociali, i poveri e gli immigrati che non hanno la macchina, e al limite studenti che hanno bisogno di stare vicini all’universita’ e alla stazione o turisti frettolosi che vengono a vedere una piazza o una mostra temporanea. I centri hanno risposto nel modo piu’ naturale possibile: adeguandosi ai nuovi consumatori.
Se gli amministratori vogliono invertire queste tendenze, comincino ad attuare politiche di sviluppo urbano degne di questo nome, che guardino al futuro e al mondo ampiamente inteso, e che non siano invece il risultato di contrattazioni con palazzinari e altri gruppi di interesse. Prendere a pretesto gli immigrati per tentare di tamponare i sintomi di gestioni poco dinamiche e lungimiranti non servira’ a niente se non a coprirli di ridicolo.
Oggi tutte ambiscono a essere o diventare “citta’ creative”, innovative e attraenti. Ma si scordano che le citta’ creative non sono solo quelle che fanno il concerto di Jovanotti o il ponte di Calatrava, ma quelle capaci di amalgamare e non respingere le diversita’, capaci di rispondere alle esigenze di persone con idee, prospettive e stili di vita diversi, capaci di attrarre e motivare i giovani, anche e soprattutto quelli nati “fuori dalle mura”. Questo significa misurarsi con dinamiche e flussi internazionali e accettare il semplice fatto che non tutti potrebbero amare la zuppa di farro o la cassoeula.
I tentativi di arginare l’“invasione straniera” e tutelare la nostra identita’ si spandono dal governo centrale alle nostre citta’. Dopo la tassa sul permesso di soggiorno proposta dal ministro Maroni arriva l’ordinanza del Comune di Lucca che vieta l’apertura di ristoranti etnici e che addirittura obbliga ad avere nel menu almeno un piatto tipico lucchese.
Per chi e’ abituato a viaggiare o a vivere nelle citta’ piu’ vibranti e cosmpolite questa idea puo’ far ridere, ma le persone che l’hanno varata non scherzavano e hanno evidentemente creduto di dare una risposta ad un problema reale della citta’. Un ragionamento non isolato, visto che anche il consiglio regionale della Lombardia sta vagliando un provvedimento analogo (un’idea gia’ lanciata dal consigliere leghista Belotti lo scorso Luglio) ed e’ prevedibile che vi saranno iniziative del genere in altre citta’ e regioni. Puo’ quindi valer la pena fare una breve riflessione su quanto accaduto. Una riflessione che vada oltre alla fin troppo scontata accusa di razzismo o di “discriminazione gastronomica”.
Infatti, piu’ che dirci qualcosa sul razzismo latente e sulla paura del diverso, questo genere di iniziative ci dice molto sulla fondamentale ignoranza dei meccanismi socio-economici che regolano la vita e la crescita delle nostre citta’. Ci mostra la profonda confusione che spesso si fa tra i sintomi e le cause dei fenomeni complessi che ci troviamo ad affrontare, e ci fa capire la miriade di iniziative e di politiche inutili e frammentarie con cui e’ gestito il nostro territorio.
Tornando al caso specifico di Lucca, la motivazione addotta per l’introduzione del nuovo regolamento e’ la tutela del “decoro” e della specificita’ cittadina.
Ma per quale motivo un ristorante straniero dovrebbe, in quanto straniero, degradare o snaturare una citta’? Esistono ristoranti etnici bellissimi e raffinati, a Londra come a Roma o Milano, cosi’ come ci sono latterie e bar “locali” nei quali c’e’ da aver paura a mettere piede. E certamente Parigi e’ rimasta Parigi anche con la moltitudine di ristoranti algerini e sale da te’ marocchine, e Barcellona e’ rinata ed e’ piu’ bella che mai anche dopo che sono fioriti sushi bar e ristoranti fusion. Il punto quindi e’ un altro.
Il punto che gli amministratori di Lucca cosi’ come certi consiglieri della Lombardia non hanno capito e’ che le attivita’ commerciali che si sviluppano in una citta’ e in un territorio sono il riflesso delle dinamiche economiche e sociali di quegli stessi luoghi. Se i centri cittadini si svuotano di bei negozi e bei ristoranti e’ perche’ per queste attivita’ non c’e’ sufficiente mercato, e’ perche’ le politiche di sviluppo urbano hanno allontanato le famiglie e i ceti benestanti dai centri delle citta’, dando licenze per costruire centinaia di villette nelle periferie, centri commerciali e altre amenita’ che hanno consumato territorio e hanno messo in moto potenti forze centripete rispetto ai centri cittadini.
Molti centri si sono svuotati delle categorie di persone che consumavano i beni di alta fascia e si sono riempiti dei gruppi di persone che per vari motivi non possono vivere in periferia: gli anziani che sono meno mobili e hanno bisogno di stare vicini ai servizi sociali, i poveri e gli immigrati che non hanno la macchina, e al limite studenti che hanno bisogno di stare vicini all’universita’ e alla stazione o turisti frettolosi che vengono a vedere una piazza o una mostra temporanea. I centri hanno risposto nel modo piu’ naturale possibile: adeguandosi ai nuovi consumatori.
Se gli amministratori vogliono invertire queste tendenze, comincino ad attuare politiche di sviluppo urbano degne di questo nome, che guardino al futuro e al mondo ampiamente inteso, e che non siano invece il risultato di contrattazioni con palazzinari e altri gruppi di interesse. Prendere a pretesto gli immigrati per tentare di tamponare i sintomi di gestioni poco dinamiche e lungimiranti non servira’ a niente se non a coprirli di ridicolo.
Oggi tutte ambiscono a essere o diventare “citta’ creative”, innovative e attraenti. Ma si scordano che le citta’ creative non sono solo quelle che fanno il concerto di Jovanotti o il ponte di Calatrava, ma quelle capaci di amalgamare e non respingere le diversita’, capaci di rispondere alle esigenze di persone con idee, prospettive e stili di vita diversi, capaci di attrarre e motivare i giovani, anche e soprattutto quelli nati “fuori dalle mura”. Questo significa misurarsi con dinamiche e flussi internazionali e accettare il semplice fatto che non tutti potrebbero amare la zuppa di farro o la cassoeula.


